Ma sulle fasce sindaci divisi: «Spostano il problema»

Da sinistra Giusi Nosè e Maurizio Fiasco durante l'incontro a Porto Mantovano (foto Teodori)

Il denominatore comune è la responsabilità di amministratori e la consapevolezza del problema, ma si discute ancora delle soluzioni da adottare

MANTOVA. Il denominatore comune è la responsabilità di amministratori – «il sentirsi investiti di un mandato» scandisce il sociologo Maurizio Fiasco – la consapevolezza di un guasto che ha già danneggiato le comunità e si vuole riparare, andando anche contro lo Stato. Si tratta quindi di mettere in rapporto «la buona volontà con le competenze». Ma quando si arriva a parlare delle soluzioni possibili per arginare l’azzardopatia, il fronte dei sindaci cammina in direzioni diverse.

Ad esempio sulla questione delle fasce orarie, che comprimono il tempo di gioco imponendo a concessionari e giocatori degli stop nell’arco della giornata, («per bucare la bolla del tempo» dice Giusi Nosè): l’anno scorso il Coordinamento No Slot aveva scritto una lettera ai 69 sindaci della provincia, sollecitandoli a seguire l’esempio del Comune capoluogo e armonizzare le fasce orarie. Ma l’appello non ha riscosso grande successo. Non è convinto della misura il sindaco di Curtatone, Carlo Bottani, che si è opposto al progetto di una multinazionale del gioco mettendosi di traverso all’apertura di una nuova sala, salvo poi ritrovarsela nel Comune vicino, e con le fasce il rischio sarebbe lo stesso. In compenso Bottani ha battuto la strada dello sconto di 100 euro sulla bolletta dei rifiuti per i commercianti no slot, e di 20 per i gestori che hanno accettato l’invito a chiudere bottega per due giorni e a ritrovarsi in municipio a discutere della questione.


«Ma 100 euro sono niente rispetto ai guadagni delle slot» obietta il sindaco di Castel d’Ario, Daniela Castro, che torna a sollecitare un accordo condiviso sugli orari, per vincere insieme la resistenza dei gestori piccoli e grandi. Scettico sulle fasce il sindaco di Porto Mantovano, Massimo Salavarani, che confessa il senso di frustrazione per una lotta «più grande di noi».


 

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