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Il fronte dei sindaci si ribella: 30 Comuni chiedono che la Provincia si fermi sull'A22

Sarasini: serve un’assemblea prima del consiglio provinciale, ho già 30 adesioni di colleghi. Con l’accordo ci guadagnerebbero solo quattro Comuni mentre tutti gli altri ci perderebbero

di Sandro Mortari
2 minuti di lettura

MANTOVA. Sull’accordo Provincia-Autobrennero circa la vendita dell’1,01% del pacchetto azionario di Palazzo di Bagno per 11 milioni 507mila euro, che dovrebbe ricevere l’ok definitivo martedì prossimo 28  novembre dal consiglio provinciale, si addensano nere nubi. Sono quelle portate dal vento di molti sindaci che non condividono fino in fondo l’operazione e chiedono alla Provincia di discuterne tra di loro prima di votare in aula.

Il luogo deputato per affrontare l’argomento e consentire al territorio di dire la sua è l’assemblea dei sindaci che il primo cittadino di Commessaggio, Alessandro Sarasini, della Lega, punta a convocare. Per raggiungere l’obiettivo, secondo lo statuto, bisogna che a chiederne la convocazione siano il 50% più uno degli abitanti della provincia tramite i loro Comuni: «Attualmente - spiega Sarasini - ho raccolto l’adesione di più di trenta Comuni, sia di centrodestra che di centrosinistra, in rappresentanza di circa 190mila abitanti; entro domani conto di superare quota 206mila. Non ci convince il fatto che l’accordo, alla fine, vada a beneficio solo di quattro Comuni, Mantova, San Giorgio, Pegognaga e Bagnolo, quelli che sono lungo l’asta della A22 e tutti di centrosinistra, mentre per gli altri 64 Comuni nulla è previsto. I patti non erano questi».

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Sarasini si riferisce alla mozione che venne approvata, quasi all’unanimità, dal consiglio provinciale della precedente amministrazione; in quel documento, dopo che il Pd aveva messo i bastoni tra le ruote alla vendita dell’intero pacchetto azionario pur in presenza dell’ok del Tar e con il ricorso di Autobrennero pendente al Consiglio di Stato (udienza il 5 dicembre), si dava mandato all’allora presidente Pastacci di trattare con la A22 sulle azioni da cedere e sugli investimenti da ottenere sull’intero territorio.

«Si doveva riaffermare la strategicità della nostra permanenza nella compagine sociale - spiega il sindaco di Commessaggio - e questo poteva essere fatto solo concordando delle opere infrastrutturali che andassero a beneficio di tutto il territorio mantovano. Autobrennero si sarebbe dovuta impegnare a dare fondi per completare la Pope, la Gronda nord di Viadana e altre opere, in modo da arrivare a quella quota, di solito il 50%, che consente alla Regione di cofinanziare con la somma che manca».

Sarasini, la settimana scorsa, nella riunione dei capigruppo in Provincia chiese la convocazione dell’assemblea dei sindaci, «ma il presidente Morselli si oppose dicendo che i sindaci si erano già espressi a favore dell’accordo votando il bilancio della Provincia. Noi sosteniamo che non è così e che deve essere sentito cosa ne pensa tutto il territorio. È o non è, la Provincia, la casa dei Comuni? Ripeto, se l’accordo passerà così com’è a 64 Comuni nulla verrà in tasca e se ne avvantaggeranno solo quattro, tra cui Mantova e San Giorgio, i cui sindaci Palazzi, membro del cda di A22, e Morselli, presidente della Provincia, sono in palese conflitto di interesse».

Lo scontro mantovano si inserisce nella partita più ampia del rinnovo per 30 anni della concessione autostradale all’Autobrennero, in prorogatio da aprile 2014. Per il riaffidamento diretto senza gara europea il ministero delle infrastrutture, d’accordo coi maggiori azionisti trentini, decise di trasformare l’A22 spa in società in house dei soli azionisti pubblici, dopo aver liquidato quelli privati. Allo scopo era stato sottoscritto un protocollo tra tutti soci pubblici (la Provincia di Mantova è l’unica a non averlo ancora firmato) perorato dal Pd Trentino Alto Adige che, a detta di molti, ha messo le mani sulla A22 tanto da eliminare tutti coloro che sembravano costituire un ostacolo sulla strada della concessione diretta. A iniziare dall’allora presidente Pastacci, reo di aver innescato un meccanismo di vendita di quote che avrebbe potuto essere emulato da altri soci, esponendo la società al rischio di un esborso notevole per farvi fronte.
 

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