Francesca è rinata: «Pronta a vivere la mia seconda vita»

Francesca Cadioli, a destra, con l’inseparabile amica Barbara Rodella che l’ha affiancata in questi mesi

Nove mesi fa è stata accoltellata alla testa dal suo ex. Ora sta recuperando: «Sogno di tornare indipendente»

MANTOVA. Nove mesi dopo, Francesca sorride. Sorride continuamente: «Sono fatta così, sono troppo ottimista. Lo ero anche con Konstantin e la cosa mi è quasi costata la vita». Konstantin Kossivtsov è il padre di sua figlia ed è l’uomo che l’8 marzo scorso ha tentato di ucciderla piantandole un coltello nella testa, dopo averla aggredita nella casa di Frassino dove fino a qualche mese prima vivevano insieme. Lui ora è in carcere in attesa di un regolare processo per tentato omicidio, dopo che gli è stata negata l’infermità mentale.

Per lei, Francesca Cadioli, 34 anni, è il momento della rinascita: «Ero praticamente morta, se solo mia madre fosse arrivata qualche minuto dopo non ce l’avrei fatta: sì, per me questa è una seconda vita». È un prodigio come Francesca stia riuscendo a tenere insieme il dolore, la rabbia, la fatica della riabilitazione, la speranza, la voglia di ripartire.

Trenta giorni al Poma dopo l’aggressione, un’operazione delicatissima per estrarre un coltello da cucina piantato sopra all’occhio destro, cinque mesi e mezzo in un centro specializzato a Negrar, il ritorno a casa dai genitori e dalla piccola Amina e ora su e giù dal Veronese tre volte alla settimana per la riabilitazione: un’odissea, ma anche un crescendo di miglioramenti, passo dopo passo in cerca della normalità.

«Mi è stata riconosciuta un’invalidità al 100% e abito con i miei genitori, ma non vedo l’ora di tornare a lavorare e a vivere da sola con mia figlia» è la speranza di Francesca. Una speranza non infondata: la stessa ragazza che la notte dell’8 marzo pareva spacciata, oggi chiacchiera serenamente, cammina, da qualche tempo scrive («non farlo per me, che ho studiato lettere, era il colmo» scherza). I segni della ferocia li porta ancora sul corpo, ma lavora per cancellarli.

In tutti questi mesi al suo fianco, oltre alla famiglia e ai medici, c’è stata l’amica Barbara Rodella, un angelo inseparabile da quel tragico pomeriggio. È stata lei a dirle che cos’era successo. Francesca, risvegliandosi dopo il coma, pensava ad un incidente stradale. Le era già successo, nel 2014, di finire all’ospedale dopo essere stata investita.

Barbara gliel’ha detto sottovoce: «No, è stato Konstantin». «Mi ha investita lui?». No, nessun incidente. C’erano stati segnali? Francesca poteva immaginare che il padre di sua figlia fosse un barbaro? «Lui era molto violento ma solo a parole – ricorda – e beveva spesso. Mia mamma e Barbara mi avevano detto più volte di prendere le distanze, che stava diventando pericoloso. Io non ci credevo. Ero ottimista, come sono sempre, e pensavo che con me non avrebbe mai alzato le mani, anche per Amina. Poi, dopo che se n’era andato di casa, chiesi la custodia esclusiva della bimba. Ed è successo quello che sappiamo. A tutte le donne che si trovano in situazioni simili dico di stare attente e di essere molto più diffidenti di me. Insomma – scherza – non devono prendere esempio da me».

Che cosa prova Francesca, ora, per il padre di sua figlia diventato l’uomo che ha tentato di ucciderla? Il nulla, rabbia, delusione? Lei è secca: «Rabbia. Io so che non ha perso lucidità e che quel pomeriggio ha fatto ciò che voleva fare, perché si è sempre comportato secondo i suoi interessi. Io spero che abbia la condanna che merita, ma soprattutto mi auguro che venga espulso dall’Italia e rispedito in Russia. Voglio sapere che è lontanissimo da me e dalla bambina, non posso immaginare che in futuro, dopo il carcere, possa essere in giro nella nostra stessa città».

Ora la quotidianità è fatta di lenti passi verso una normalità tutta da riconquistare: «Sono viva per miracolo» e non è una frase fatta. Francesca deve farlo per se stessa e per la piccola Amina, che vide tutto e non aveva ancora compiuto due anni. È rimasta un po’ diffidente, non poteva essere altrimenti, ma tutto è destinato a sciogliersi con il tempo e con l’affetto della mamma e dei nonni.

Per arrivare a vivere, un giorno, quello che per Francesca oggi vorrebbe dire normalità: «Come mi immagino tra qualche anno? È molto semplice: di nuovo autonoma, con un lavoro, con la mia bambina in una casa tutta nostra. Nient’altro». E sorride: è così, dice Francesca, che si riparte.

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