Palazzo d’Arco cerca fondi per nuovi lavori

Da completare le facciate, serve almeno un ascensore. Associazioni e privati possono contribuire per la Sala Hofer

MANTOVA. Un momento di festa per tracciare un bilancio di quanto fatto, ma anche un appello per poter vivere in futuro altri momenti simili: è questo il senso dell’inaugurazione, che si è tenuta ieri a palazzo d’Arco, dei lavori di restauro esterni e interni portati a compimento nel 2017. Dante Chizzini, presidente della Fondazione voluta dalla contessa Giovanna per conservare il palazzo, le collezioni e farne partecipe la città, ha ricordato le spese sostenute per portare a termine i lavori sulle facciate esterne e interne, dagli intonaci agli oscuri, fino alle statue di Cerere e Bacco. Un intervento illustrato dall’architetto Silvia Polato e scaturito da un evento che risale al 28 agosto del 2014, quando un pezzo di capitello si staccò dalla facciata, precipitando a terra e andando in frantumi. Per fortuna nessuno rimase ferito, ma da allora il palazzo venne transennato, per riapparire nel suo splendore alla fine dello scorso anno. I lavori sono costati 250mila euro («e senza i 100mila donati dalla Fondazione Bam non saremmo riusciti a completarli» ammette Chizzini). Purtroppo, ci sarebbe ancora molto da fare, a partire dalle facciate su via Portazzolo per proseguire con gli ascensori per eliminare le barriere architettoniche. Il bilancio della Fondazione è però ridotto all’osso, anche per la diminuzione delle rendite dei terreni agricoli e per le forti spese generali: «Abbiamo un gravame fiscale di 150mila euro annui - sottolinea il presidente - e credo che dovremmo esserne esentati, non avendo scopo di lucro e avendo un cda che non assegna gettoni e si basa sul volontariato. E le spese di manutenzione aumentano».

Per fortuna, non aumentano solo le spese: prima della chiusura, nel 2013, il palazzo contava 4mila visitatori all’anno. Nel 2016 e nel 2017 sono quadruplicati, passando a 16mila. «Aumentano gli introiti - spiega Chizzini - ma anche le spese per le guide». Da qui l’invito a contribuire. E ad insistere con lo schema che ha portato a restaurare le tappezzerie damascate della Sala Rossa, realizzate probabilmente in Francia, ma acquistate a Londra dal conte Antonio nell’800. Un lavoro costato 27mila euro e finanziato da associazioni e privati, il più delle volte - ricorda il consigliere Italo Scaietta - aprendo il palazzo per eventi privati e destinando l’introito al finanziamento dei restauri. Tutti i donatori vengono iscritto nel Libro d’Oro della Fondazione, per lasciare memoria di quanto fatto. «Il Palazzo è un museo che appartiene alla città, è importante questa condivisione» fa presente Scaietta. Il prossimo obiettivo è il restauro della sala Hofer, quella che vide la riunione del tribunale napoleonico che condannò a morte l’eroe tirolese. Dall’autunno, inoltre, verrà riordinata e riproposta la collezione di argenti. Nel frattempo, il palazzo neoclassico opera dell’architetto Antonio Colonna attende il riconoscimento di museo regionale. A chiudere la cerimonia, la benedizione del palazzo da parte di monsignor Giancarlo Manzoli, in rappresentanza del vescovo Marco Busca.

 

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