I dati Istat: meno disoccupati a Mantova, ma ne restano 14mila

Il tasso della provincia scende dall’8,7 al 7,4%, ora la maglia nera spetta a Como. Cgil: «Frutto del boom dei contratti precari»

MANTOVA. Per spremere un po’ di conforto dalla ripresa fiacca tocca aggrapparsi a virgole e decimali, senza nulla togliere alla bontà della notizia: nel 2017 il tasso di disoccupazione della provincia di Mantova ha rosicchiato 1,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente, scendendo dall’8,7% al 7,4%. Risultato che l’affranca dalla maglia nera tra le dodici provincie lombarde, passata sulle spalle fragili di Como (8,4%). Ma il sollievo è relativo, il nero si è solo sbiadito in grigio: Mantova è seconda in questa classifica alla rovescia, dove al fondo si sta decisamente meglio che in vetta. E a sorridere sono i bergamaschi (4,2%). 
 
Che poi, a dispetto del rigore che esprimono, numeri e percentuali si prestano a letture diverse, a seconda di come li si combina e confronta. Il 7,4% di Mantova brilla a livello nazionale, dove il tasso di disoccupazione si attesta all’11,2%, ma è opaco rispetto alla media lombarda (6,4%). E impietoso a confronto con il 2006, quando Mantova guardava le altre province dal basso del suo 2,9%. 
 
 
In dodici anni la padania felix, sazia e laboriosa, ha frenato il passo e cambiato umore, e adesso arranca nel tentativo di raggiungere una ripresa che sembra soffiare più forte nella vela dei “padroni” che in quella dei lavoratori. Detto altrimenti, se le aziende stanno finalmente tirando il fiato, quelle sopravvissute alla grande crisi, i lavoratori si affannano ancora in un orizzonte di precarietà. Ed è da questa prospettiva che il segretario generale della Cgil di Mantova, Daniele Soffiati, legge i dati Istat sulla disoccupazione. Partendo da un’operazione preliminare: calcolato su una popolazione di lavoratori potenziali larga 189mila persone (dai 15 ai 64 anni), il 7,8% si traduce in 14mila disoccupati. 
 
«Il miglioramento è sensibile, in qualche modo indicativo della leggera ripresa, ma è necessario analizzare con attenzione i dati – avverte Soffiati – La diminuzione del numero di disoccupati è spiegabile esclusivamente con la forte crescita di avviamenti con contratti flessibili, tempi determinati in particolare, mentre si riduce fortemente il numero dei tempi indeterminati». A proposito di precarietà.
 
E anche la crescita dei rapporti stabili, riferita dall’Inps a proposito del gennaio 2018, è, per ammissione dello stesso Istituto, riconducibile ai nuovi sgravi introdotti dalla legge di bilancio 2018 per le assunzioni di under 35 al primo contratto a tempo indeterminato. «Si perpetua, sia pure in misura minore, la logica dei bonus e degli sgravi, destinati a sgonfiarsi alla loro cessazione – annota il segretario della Cgil – in questo modo di sprecano risorse utilizzabili per progettare ambiti strutturali di sviluppo e occupazione».
 
Organizzati per genere, i dati confermerebbero anche il sospetto circa la qualità del lavoro richiesto: «Il tasso di disoccupazione femminile continua a essere significativamente più altro rispetto a quello maschile, il 9,7% contro il 5,8% – osserva Soffiati – Di fatto la riduzione del tasso di disoccupazione è quasi tutta “a favore” dell’occupazione maschile. Empiricamente, un dato che lascia intendere un maggiore impiego in lavori manuali, di medio-bassa professionalizzazione per i quali è richiesta manodopera maschile». 
Video del giorno

Successo per la Buratto e Ocm al Sociale di Mantova

La guida allo shopping del Gruppo Gedi