Oncologia, il cerchio si stringe su 3 casi

La procura chiude le indagini e archivia 28 dei 31 procedimenti presi in esame. Possibile il rinvio a giudizio dei medici

MANTOVA. Un centinaio di cartelle sequestrate dopo l’esposto presentato da due oncologhe, una prima scrematura di buona parte dei casi, fino ad arrivare a 31 cartelle di pazienti sottoposte ad indagine. E ora, di queste 31, ben 28 sono state poste fuori dall’attenzione della Procura: archiviate, dopo gli esiti presentati dalle decine di periti incaricati di studiare questo delicatissimo procedimento. Parliamo del caso che ha coinvolto il reparto di Oncologia del Carlo Poma con il suo primario Maurizio Cantore.

La Procura di Mantova nei giorni scorsi, quindi, ha inoltrato l’avviso di conclusione indagini per tre dei casi presi in considerazione. Conclusione indagini che, a questo punto, potrebbe portare alla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti del primario e forse di altri medici del reparto.



Le accuse più gravi sono di omicidio colposo e lesioni aggravate, cui si aggiungono ipotesi di reato tutto sommato marginali: si va dalla violazione della privacy per la pubblicazione su Facebook di immagini di pazienti durante le feste in reparto e di falso in atto pubblico per un errore commesso in una cartella clinica. Archiviate, invece, dai pubblici ministeri – ad occuparsi del caso sono il sostituto procuratore Giacomo Pestelli e il procuratore capo Manuela Fasolato – le accuse di abuso d’ufficio e di truffa a carico del Sistema sanitario nazionale.
L'indagine è nata a fine 2015 dall’esposto presentato da due oncologhe, le dottoresse Francesca Adami e Beatrice Pisanelli, in un primo tempo allontanate dal reparto (e poi reintegrate) perché non d’accordo con il primario sul tipo di terapie adottate su parte dei pazienti.A suscitare la protesta dei due medici sarebbe stato l’utilizzo intensivo di pratiche chemioterapiche cosiddette locoregionali – con la somministrazione di farmaci antineoplastici ad alte dosi in specifiche aree anatomiche – anziché quello di farmaci mirati di ultima generazione. Di qui la necessità, da parte della Procura, di analizzare le cartelle cliniche di un periodo di tre anni (dal febbraio 2014, quando si insediò Cantore, al febbraio 2017).

Al centro dell’inchiesta i documenti di 31 pazienti deceduti e di altri che avrebbero subito conseguenze serie a seguito di protocolli terapeutici dalla dubbia efficacia. Secondo le oncologhe firmatarie dell’esposto, alcuni malati avrebbero dovuto essere curati con farmaci a bersaglio molecolare che, a fronte di un alto costo per gli ospedali, beneficiano di un rimborso scarno dalla Regione. Il dubbio espresso dalle due oncologhe è che, invece di adottare cure nel rispetto delle linee guida, il primario avesse scelto di somministrare terapie locoregionali che hanno un basso costo per l’ospedale e un rimborso sostanzioso dalla Regione.
 

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