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Dall’Italia alla Siria per combattere l’Isis

Grasso ha sposato la causa curda: «Vi racconto la rivoluzione». Il suo "Hevalen. Perché sono andato a combattere l'Isis in Siria" è stato presentato alla libreria Coop Nautilus

di Vincenzo Corrado
4 minuti di lettura

MANTOVA. Lo sguardo della guerra. Non ci sono altre parole per descrivere quegli occhi, quell’espressione. Le notti vissute con il cuore in gola e senza sonno perché a scandire le ore ci pensano i bombardamenti, una resistenza armata che non conosce tregua: eccole due cose che segnano per sempre una persona. Proprio come i lutti. Anche perché, in fondo, che cos’è la guerra se non un’incessante fabbrica di morte? Recentemente il torinese Davide Grasso ha presentato alla libreria Nautilus di piazza 80° Fanteria il suo ultimo libro “Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria” (Alegre Edizioni) e chi ha partecipato all’evento ha portato a casa l’istantanea di un ragazzo come tanti che a un certo punto della propria vita ha deciso di unirsi a una causa che crede giusta. Una causa pericolosa, certo, che fa mutare lo sguardo di chi l’ha sposata, in senso letterale perché il conflitto rimane appiccicato alle pupille. Grasso ha combattuto al fianco dei curdi, un’esperienza che cambierebbe la vita a chiunque ma che ha l’effetto di una vera rivoluzione per chi come lui non aveva mai preso in mano una pistola.

Nel suo libro racconta i mesi trascorsi con le milizie curde in uno degli scenari di guerra più cruenti del mondo, la Siria. Se dovesse riassumere all’uomo della strada cosa sta succedendo in quei territori, come lo farebbe?

«In Siria ci sono tre fazioni: chi vuole preservare il regime di Assad, chi vuole sostituirlo con uno stato islamico e chi vuole sostituirlo con istituzioni confederali basate sul potere popolare e un’economia egualitaria. Ognuna di queste tre fazioni controlla diversi brandelli di territorio. La fazione islamista può essere divisa in mille sotto-fazioni, quali Isis, Al-Qaeda e tante altre (chiamati assurdamente dai nostri media “ribelli”), spesso molto piccole ma anche molto violenti. La fazione confederale è invece molto unita ed è quella che ha contribuito maggiormente alla distruzione dell’Isis, ad esempio con la liberazione di Raqqa. È quella in cui ho combattuto io e dove combattono anche altri giovani italiani. L’esercito confederale si chiama Forze siriane democratiche ed ha combattenti arabi, curdi e di tutte le lingue e religioni della Siria. È un vero esercito rivoluzionario, quello che dobbiamo appoggiare tutti, tanto contro gli islamisti quanto contro Assad. È stato fondato dalle Unità di protezione delle donne (Ypj) e dalle Unità di protezione del popolo (Ypg) curde, la vera avanguardia di questa rivoluzione che scende da nord. La rivoluzione confederale ha creato nel nord una Federazione democratica autonoma, che però nessuno stato, tanto meno quello siriano, ha finora riconosciuto, benché le Fsd e le Ypg-Ypj abbiano sconfitto l’Isis anche con il supporto aereo della Coalizione internazionale. In questa Federazione si sperimenta un autogoverno popolare tramite oltre 4.000 comuni di villaggio e quartiere coordinate in consigli cittadini e cantonali. Questo permette uno stravolgimento delle questioni della sovranità, della giustizia e dell’ordine pubblico là dove i due terzi delle controversie sono risolte con conciliazioni locali da parte delle comuni e l’autodifesa è in gran parte organizzata dalle comunità locali. Sulla fazione islamista e jihadista c’è poco da dire. Vogliono riportare la Siria al medioevo e sono sostenuti dalla Turchia di Erdogan, che in questi mesi ha attaccato il cantone confederale di Afrin facendo 500 morti civili (anche con armi chimiche) e migliaia nelle forze di autodifesa, e producendo 350.000 sfollati. Per quanto riguarda il regime di Assad, gran parte della gente lo odia, anche se per molti, in alcune zone, è l’unico rifugio dai miliziani islamisti. Va anche detto che parlare di regime e di Assad è ormai anacronistico: dal punto di vista finanziario, militare e del controllo del territorio lo stato siriano è a tutti gli effetti un fantoccio che la Russia e l’Iran si sono spartiti».

La questione siriana è tornata di strettissima attualità nelle ultime settimane: secondo lei quali saranno le conseguenze del recente intervento militare statunitense?

«Nessuna. Si è trattato di un’azione di minima portata (che tra l’altro non ha fatto morti) contro obiettivi militari. Il problema è l’intenzione che c’è dietro. Gli Usa, politicamente allo sbando, cercano talvolta di mostrare i muscoli nei confronti della Russia, ma fanno solo figuracce. La Russia, dal canto suo, anziché promuovere una soluzione politica in Siria, attraverso un compromesso tra Federazione del nord e stato siriano basato sull’integrità territoriale siriana e su riforme che rendano giustizia alla rivoluzione, preferisce usare la Siria per fare politica internazionale. Putin vuole portare Erdogan nella sua orbita e accentuare la contraddizione tra Usa e Turchia che le Ypg hanno provocato (alleate militarmente degli Usa, le forze del nord sono considerate terroriste dalla Turchia) e per questo ha ritirato i suoi soldati da Afrin, permettendo a Erdogan di annettersi un pezzo di Siria e rinfocolare il vivaio islamista. È stato un grave errore. Così Putin ha condannato la Siria ad altri anni di lutto e di guerra. Putin è un criminale politico tanto quanto Trump».

Qual è il ritorno che sta avendo nel corso delle presentazioni del libro? Secondo lei mediamente gli italiani sono informati sulle guerre che si combattano in giro per il mondo?

«Assolutamente no, ma la responsabilità non è della gente, bensì dei mass-media. I media fingono di informare sulla Siria, invece ci consegnano soltanto immagini di distruzione e morte senza spiegare alcunché, o addirittura mentono. Perché, ad esempio, Rai, Mediaset e La7 chiamano gli islamisti che oggi sono ad Afrin e che ieri erano a Ghouta o nella Duma “ribelli”? Cosa ci sarebbe di “ribelle” nell’essere stupratori seriali e persecutori di dissidenti e minoranze? Questo sono i jihadisti, che peraltro non vanno assolutamente confusi con la maggioranza dei siriani e dei musulmani in genere, che mai si comporterebbero in quel modo, per quello che mi consta. Basterebbe che la tv spiegasse quali sono le tre fazioni politiche che si scontrano in Siria, e gli italiani potrebbero scegliere da che parte stare».

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Cosa l’ha spinta a partire?

«Ho sempre cercato di ricordare cosa diceva Che Guevara, di cui leggevo le gesta da adolescente: cerca di sentire nel profondo la sofferenza di chiunque, ovunque. Con le armi non avevo mai dato seguito a questo principio. Poi ci sono stati gli attacchi del Bataclan, a Parigi, e mi sono accorto che la battaglia delle Ypg contro l’Isis era sia da combattere per aiutare i siriani, sia per difendere noi europei e le nostre città da questi preti armati, che si sentono eroi a sparare sui civili. Mi è andata bene, ma sopravvivere a certe esperienze non è facile».

Esclude di replicare un’esperienza come quella siriana o potrebbe decidere di partire nuovamente, magari per abbracciare una causa diversa?

«Sono tornato in Siria con una delegazione politica di 20 giovani italiani. È importare creare legami tra l’Italia e la Federazione democratica della Siria del nord. Al momento sostengo la campagna di raccolta fondi per i profughi SiAmo Afrin, e invito tutti a cercarla su Facebook e a donare. Spero di non usare mai più le armi, in nessuna parte del mondo, benché mi renda conto che in molti continueranno ad avere la necessità di difendersi con le armi dall’oppressione».


 

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