È partita la corsa al biometano. Ma il rischio è di attrarre rifiuti

Cinque impianti in vista nel Mantovano, altri arriveranno. E già oggi non c’è scarto umido disponibile Tre sono concentrati nel Destra Secchia. La protesta: «Non vogliamo diventare una pattumiera»

MANTOVA. Progetti concepiti per migliorare la qualità dell’ambiente, per togliere inquinamento, creare un’alternativa ecologica alla produzione di energia da fonti fossili. Un sogno che rischia però di trasformarsi in una sorta di incubo solo si vada più in profondità a scavare nella filiera del biometano, cioè la produzione di metano per autotrazione raffinando il gas di fermentazione di materiali vegetali o animali. Quella che sembra essere la nuova frontiera dei produttori di energia nei campi, grazie ai maggiori incentivi statali, appare a meglio guardare come un Eldorado nel quale si affacciano, oltre a tanti produttori seri, anche società sorrette dalla volontà di generare profitto importando rifiuti da fuori.

Come? Cinque i progetti fra quelli presentati ed in itinere che riguardano la nostra provincia. Oltre a Volta Mantovana (produttore agricolo) e Rodigo (società veneta), tre sono concentrati nel Destra Secchia: Pieve di Coriano (Mantova Ambiente), Revere e Magnacavallo (sempre una società veneta), questi ultimi due a meno di 2 km di distanza fra loro. Il presupposto per la creazione di un business i cui proventi raramente ricadono nei territori dove avvengono gli insediamenti è l’individuazione di aree agricole poco urbanizzate e con Comuni di piccole dimensioni, spesso scavalcati e con le mani legate di fronte agli iter dei progetti che passano sulle loro teste. E il Mantovano, soprattutto la Bassa, si presta ottimamente a questo.

L’altro elemento è la compatibilità economica. Se gli incentivi del passato favorivano i biogas alimentati a granaglie e sotto il Megawatt di potenza generando un boom di tali impianti, ora le leggi dal 2012 in avanti hanno cercato di limitare il consumo di suolo agricolo non destinato all’alimentazione. E il punto d’arrivo è la legislazione sul biometano (l’ultima norma è di pochi mesi fa) che di fatto impedisce l’utilizzo di mais privilegiando come alimentazione degli impianti i sottoprodotti agricoli (reflui, scarti ecc) o urbani (la Forsu, cioè l’umido domestico della raccolta differenziata). Con al differenza (non d apoco) che il mais ha costi di coltivazione, gli scarti sono gratis. «Un problema non da poco - spiega il presidente di Agire, la società mantovana che si occupa di energie alternative – perché visto che la Forsu è diventata appetibile come materia prima per il biometano, chi ce l’ha adesso se la tiene».

Non è un caso che l’unico biometano funzionante in Italia (salvo quelli sperimentali) sia di proprietà di una società di raccolta rifiuti. La legge, infatti, incentiva di più gli impianti fatti direttamente da chi raccoglie il verde per creare filiera corta e ciclo virtuoso. «Per questo - aggiunge Maurizio Guidorzi esperto in materia ambientale, ex dirigente sanitario ed ora consulente per il Consorzio Oltrepò Mantovano - le società si sono già mosse in anticipo. Mantova Ambiente progetta un biometano a Pieve di Coriano che lavorerà 40mila tonnellate, cioè quasi tutta la Forsu prodotta nel Mantovano. Ma la situazione non è diversa nelle altre province lombarde. O in Emilia, dove la società Hera sta facendo altrettanto. Addirittura il Veneto non solo lavora tutta la propria Forsu, ma ne deve importare il 58%, prevalentemente da Lazio e Campania».

In sostanza, la materia prima per far funzionare gli impianti che produrranno biometano già oggi è di difficile reperibilità in Alta Italia. E lo sanno bene i cittadini di San Benedetto Po che hanno più volte segnalato cattivi odori provenienti dalla centrale locale alimentata in parte a Forsu con camion provenienti da lontano. Ma il peggio deve ancora venire. «La legge sul biometano - spiega ancora Guidorzi - stabilisce che i super incentivi elettrici di 0,28 euro al kilowattora, si esauriscano nel 2025, salvo per chi nei tre anni precedenti è passato, almeno in parte, al biometano».

A conti fatti, fra qualche anno, molti produttori di biogas nostrani saranno invogliati a destinare una parte dell’impianto al biometano per poter continuare ad avere la super incentivazione. Cosa succederà allora? «Il mercato della Forsu è già oggi è molto in affanno al Nord - prosegue Guidorzi - Anche ricorrendo a regioni vicine si farà fatica a soddisfare una domanda in crescita. E ci si dovrà rivolgere al Sud, visto che le leggi non mettono alcun paletto sulla filiera, né indicano zone non idonee all’installazione». E qui sta la beffa. Più ci sia allontana dal punto di produzione, più i costi di trasporto ed i consumi incidono.

«Da una tonnellata di Forsu si ricavano mediamente da 100 a 250 metri cubi di metano - dice ancora Guidorzi - Ma se un camion viene, poniamo il caso, da Napoli, fra andata e ritorno già consumerà il 40% del metano prodotto. Uno spreco enorme in una filiera che sulla carta dovrebbe aumentare la compatibilità ambientale dei carburanti. Ma non è tutto. «Se nell’alimentazione, anche di un biogas, si utilizza la Forsu - dice Guidorzi - lo scarto che resta a fine lavorazione, il digestato, è considerato rifiuto anch’esso. Per essere utilizzato in agricoltura deve essere sottoposto a compostaggio. Dopo di che sarà sparso nei campi. Ci ritroveremo un piccolo territorio destinato a trattamento e smaltimento rifiuti, considerando che nel Destra Secchia abbiamo già due impianti che importano e lavorano terre contaminate, a San Giovanni del Dosso e Carbonara, e in futuro ci saranno tre impianti biometano, almeno due dei quali lavoreranno quasi il doppio di tutti i rifiuti verdi prodotti nel mantovano, ma importandoli da fuori».

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