Lo sfogo del generale: «Dimenticati i soldati della Grande Guerra»

Intervista a Battisti sullo scenario attuale e la storia passata. Visita al fronte macedone per caduti del Primo Conflitto

MANTOVA. Da colonnello è salito alla ribalta nazionale come comandante del primo contingente italiano in Afghanistan nel 2001, l’ultima volta nel 2013-14 come capo di stato maggiore delle Forze alleate da generale di corpo d’armata. Adesso, dopo 44 anni nell’Esercito, è in pensione. Resta un analista lucido, tuttora apprezzato. La Gazzetta ha intervistato Giorgio Battisti in occasione del suo intervento all’Università della Terza Età.

Il Medio Oriente appare sempre più una polveriera, Siria in preda alla guerra civile, Trump ha stracciato il trattato con l’Iran sul nucleare, attentati quotidiani dell’Isis e, da ultimo, il trasferimento a Gerusalemme della capitale di Israele con i palestinesi in rivolta. Come giudica questa situazione?


«Il Medio Oriente è una regione caratterizzata da un alto livello di criticità sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale per i conflitti arabo-israeliani e per l’irrisolta “questione palestinese”. Le cosiddette “primavere arabe” del 2011 hanno provocato ulteriori situazioni conflittuali che hanno interessato tutta la regione, con riflessi che superano ampiamente i confini geografici. In meno di tre anni si è configurato un arco d’instabilità che dal Pakistan all’Afghanistan, passando per il Medio Oriente, investe l’intera porzione settentrionale del continente africano, fino al Golfo di Guinea».



Un arco lungo più di 5mila chilometri.

«Sì, e che ha coinvolto in modo sempre più diretto le principali potenze mondiali - Usa, Russia, Cina - e regionali - Turchia, Iran, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, eccetera - e favorito la nascita di nuove, e numerose, formazioni terroristiche di matrice islamica, oltre a quelle “tradizionali”. La situazione appare sicuramente critica sia per l’incapacità, o la non volontà, di queste potenze di contenere il confronto entro i confini locali, come avveniva durante la Guerra Fredda, sia per il “salto di qualità” del confronto Israele–Iran».

Il dispiegamento delle nostre truppe all’estero la trova d’accordo? Anche Mantova è interessata perché un distaccamento del 4° reggimento contraerei è dislocato ai confini della Turchia con la Siria.

«La partecipazione alle operazioni all’estero è uno dei mezzi più efficaci per dare concretezza alla politica di sicurezza nazionale che, nel nuovo e quanto mai instabile scenario internazionale, ha assunto un ruolo centrale nel quadro più ampio della politica estera dell’Italia. Tali missioni, che hanno visto impegnati sino a 13mila uomini e donne nei primi anni 2000, sono essenziali sia per la credibilità del nostro Paese sia per la tutela degli interessi nazionali che si estendono ben oltre le nostre frontiere fisico-politiche. La presenza in Turchia di un assetto del 4° reggimento contraerei di Mantova rientra negli obblighi della partecipazione alla Nato».

Regione Lombardia ha ipotizzato l’impiego dell’Esercito sui treni per controllare il dilagante fenomeno dell’abusivismo e a protezione del personale ferroviario. Che ne pensa?

«Viaggio spesso su queste linee e ogni volta il degrado e l’inciviltà, unite a forme di intolleranza e violenza, sono sempre più marcate. Un Paese come l’Italia non può accettare, o ipocritamente tollerare, queste situazioni. L’eventuale impiego dei militari sui treni dovrebbe realizzarsi nel contesto di un intervento più ampio da parte delle istituzioni e delle amministrazioni locali interessate, che preveda l’assunzione di provvedimenti in chiave preventiva, come un maggior controllo delle stazioni, giudiziari per chi commette reati e di rispetto delle regole».

Quest’anno ricorre il centenario della Vittoria nella Grande Guerra. Quali sono secondo lei gli aspetti che legano i nostri soldati del Piave, del Carso e delle Alpi alla società di oggi.

«Il centenario della Vittoria dovrebbe essere l’occasione per ricordare un particolare momento della nostra storia recente senza avere il timore, purtroppo diffuso, di cadere nella retorica e di rendere onore al sacrifico di tanti giovani che caddero sui campi di battaglia sul fronte italiano e all’estero, anche se sembra che tale celebrazione sia passata tra l’indifferenza generale del nostro Paese, sempre preso da sterili diatribe interne. Proprio per evitare che questi uomini cadano nel definitivo oblio della storia, è stato avviato un progetto da parte di un’associazione mantovana di ripercorrere i campi di battaglia macedoni dove nella seconda metà del 1916 fu inviato un contingente di oltre 50mila uomini che unitamente agli alleati francesi e inglesi costituì la cosiddetta Armata d’Oriente: il più importante impegno italiano all’estero. Nessuno degli eventi commemorativi organizzati per il Centenario della Grande Guerra ha parlato del fronte macedone e dei nostri caduti che riposano a Salonicco (3mila) e a Sofia (170)».

Vincenzo Dalai
 

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