L’ex Mantova calcio ha oltre 180mila euro di bollette non pagate

La prima verifica sui due milioni di debiti della società fallita. Tra i creditori hotel, ristoranti, autisti e perfino i carrozzieri

MANTOVA. I conti in rosso del vecchio Mantova calcio fanno rabbrividire. Nei giorni scorsi abbiamo resa nota la situazione debitoria complessiva che non è soltanto quella relativa alla gestione dei romani guidati da Marco Claudio De Sanctis ma che comprende anche il periodo precedente, quello della cordata bresciana, che aveva ceduto gratis il club in cambio dell’impegno a saldare le passività. E siamo solo agli inizi perché le cifre riguardano per ora solo la prima delle quattro verifiche passive. La seconda è stata fissata per il 26 settembre prossimo.

Rispetto ai dati forniti in precedenza ora siamo in grado di essere più precisi, grazie al certosino lavoro di ricostruzione contabile del curatore fallimentare Davide Sanguanini e del giudice Andrea Gibelli. Il creditore più importante è l’Agenzia delle Entrate. I debiti fiscali (Iva, ritenute, contributi Inps) ammontano infatti a 1.098.728 euro.


A seguire ci sono i debiti nei confronti dei fornitori di materiali e servizi come la Telecom e gli hotel e ristoranti che hanno ospitato giocatori e dirigenti, E ancora i fornitori dei teloni per coprire il campo di gioco, il servizio di sicurezza, i rotor pubblicitari, le maschere, i carrozzieri e il servizio autobus per le trasferte: per una somma complessiva di 188.710 euro.

Ci sono poi le spese per la gestione dello stadio e le utenze: stiamo parlando di bollette mai pagate all’Enel e alla Tea, oltre ai mancati affitti dello stadio al Comune. In totale 181.946 euro. Da ultimo i debiti nei confronti dei dipendenti e dei giocatori per 145.588 euro destinati però a subire un forte balzo in avanti. Le banche invece non hanno crediti.

Il curatore fallimentare Davide Sanguanini sta redigendo la relazione finale che sarà consegnata al giudice Gibelli il quale, a sua volta, la trasmetterà agli uffici della Procura di via Poma che per prima aveva chiesto il fallimento della società. La società, lo ricordiamo, aveva tentato di salvarsi dal naufragio con la richiesta di concordato preventivo, dopo che una creditrice aveva chiesto il fallimento per un importo di 1.650 euro.
 

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