Mandò in coma l’ex compagna la sera della Festa della donna, trovato morto in cella

Dramma in carcere a Cremona: aperta un’inchiesta, ci sarà l’autopsia. Una delle ipotesi è che sia stato ucciso dalle esalazioni di butano mentre cercava di sballarsi

MANTOVA. Konstantin Kossivtsov, il muratore russo di 39 anni che l’8 marzo di un anno fa aggredì l’ex convivente e madre di sua figlia accoltellandola al volto, è stato trovato morto nella cella del carcere di Cremona dov’era detenuto da mesi. Nella cella sono state rinvenute due bombolette di gas. Tra le ipotesi quella secondo cui l’uomo, trovato senza vita venerdì sera da un’agente di polizia penitenziaria, sia morto per overdose per aver inalato gas nel tentativo di sballarsi. La procura di Cremona ha aperto un’inchiesta e ordinato un’autopsia che dovrà chiarire le cause del decesso. Nessuna pista viene esclusa, dal malore al suicidio, alla morte violenta.



L’11 luglio prossimo il muratore russo avrebbe dovuto ripresentarsi davanti al giudice per conoscere la sua sorte giudiziaria legata all’aggressione nei confronti dell’ex compagna con cui ha avuto una bambina che oggi ha tre anni. Nell’interrogatorio con il giudice per le indagini preliminari Matteo Grimaldi l’uomo aveva negato di avere l’intenzione di uccidere. Kossivtsov si trovava in carcere a Cremona da oltre un anno e doveva rispondere di tentato omicidio volontario: questo il capo d’imputazione formulato dal pubblico ministero Silvia Bertuzzi.

Lei, Francesca Cadioli, 33 anni, vittima di quell’assurdo e sanguinoso assalto dopo un lungo periodo di riabilitazione, si sta lentamente riprendendo. Il fatto che sia sopravvissuta appare come una sorta di miracolo, vista la gravità della ferita. Il muratore, in un primo momento rinchiuso a San Vittore, nel luglio scorso era stato sottoposto a perizia psichiatrica ed era risultato in grado di intendere e volere. L’esperto incaricato dal giudice di verificare lo stato psichico dell’imputato non ha avuto dubbi. L’ipotesi avanzata dalla difesa che il suo gesto fosse scaturito da una cronica sudditanza ad alcol e stupefacenti non ha retto all’esame del perito.



La sera di quell’8 marzo 2017 l’uomo si era presentato davanti alla casa di viale Dei Caduti, a Frassino, dove fino a poche settimane prima abitava assieme a Francesca e alla loro bambina. «Vengo a prendere le mie cose e a salutare mia figlia» aveva detto poche ore prima a Francesca al telefono. In realtà, appena entrato, aveva aggredito la convivente colpendola con un coltello da cucina, davanti agli occhi atterriti della bimba, che all’epoca aveva un anno e mezzo. Lui aveva raccontato che la moglie si era ferita da sola cadendo dalle scale durante la fuga e che nella colluttazione era stata lei a conficcarsi la lama in un occhio, la stessa lama che le ha trapassato la testa.
 

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