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Giochi bellici anti-degrado, il set nel villaggio fantasma

Associazione di softair ripulisce a Virgiliana il quartiere abbandonato da anni. L’assessore Murari: «Un modello per il recupero creativo di altri spazi urbani»

Monica Viviani
2 minuti di lettura

MANTOVA. Quando i giochi di guerra simulata possono servire al recupero di edifici abbandonati e aree degradate. Accade, a volte, se la strada di un’associazione di softair in cerca di nuovi spazi si incrocia con quella di un’amministrazione costretta a intervenire di tasca propria dopo aver invano tentato di imporsi su proprietari di lottizzazioni fallite o mai finite. E stavolta accade a Mantova. L’area in questione è il villaggio fantasma di Virgiliana, costruito a metà tra il 2007 e il 2009 con il piano attuativo Tenca-Sforni, al centro di cicliche proteste per il degrado di quei 93 appartamenti e 16 villini vuoti, cattedrali in un deserto di 55mila metri quadrati.

Spiega l’assessore all’urbanistica Andrea Murari che l’area «è da anni tra le più problematiche della città, tanto che il Comune è dovuto intervenire per ripristinare il decoro e la sicurezza» e che quando l’associazione mantovana Blue Devil Softair Team «durante un incontro con i quartieri, mi ha parlato del progetto di recupero attraverso il softair, mi sono subito impegnato a convocare i proprietari per provare a costruire una prospettiva che fosse nell’interesse di tutti». L’accordo è di questi giorni: «Noi sistemiamo, puliamo e mettiamo in sicurezza a spese nostre – racconta il presidente dell’associazione Federico Michelini – loro ci lasciano usare l’area per le simulazioni finché non viene venduta».

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Da un paio di giorni i 60 soci del Team sono entrati in azione con ruspe, trattori e ramazze nel quartiere mai finito di Virgiliana: «Abbiamo trovato di tutto – racconta Michelini – montagne di rifiuti, vegetazione impenetrabile, ormai era un luogo di spaccio e prostituzione. In due giorni ha già cambiato faccia e per fine agosto saremo pronti». Così il villaggio fantasma che sembrava destinato a essere divorato dal suo nulla, si appresta a diventare un set da softair, vale a dire quel gioco (loro preferiscono definirlo “sport” visto che sono anche affiliati al Coni) basato sulla simulazione più o meno fedele di tecniche, tattiche e usi militari.

«Puntiamo a insegnare il gioco di squadra e la disciplina – prosegue il presidente – e anche a togliere i ragazzi dalla strada. Tra i nostri soci le età vanno dai 16 ai 60 anni, c’è lo studente come il commercialista e non manca anche qualche ragazza. Per molti è uno sfogo e la guerra non c’entra nulla». Insomma, assicura, non si tratta solo di sparare pallini di plastica biodegradabile: il loro è una sorta di tuffo nella storia, un viaggio nel passato vissuto da protagonisti come ufficiali, cecchini, medici e anche spie. «Rievochiamo teatri bellici dalla seconda guerra mondiale ai giorni nostri – aggiunge – a secondo della partita i ragazzi indossano le divise del periodo e la military simulation consiste nel portare a termine missioni specifiche, ci vuole tattica, psicologia e studio».

 

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