Vista con immondizia su Palazzo Te: una scia di rifiuti lungo la massicciata

Dopo il taglio drastico degli alberi. Il sindaco Palazzi: «Colpa dei soliti incivili. Subito un’ordinanza per pretendere dalle Ferrovie la pulizia dell’area»

MANTOVA. Palazzo Te e la monnezza si annusano a due metri di distanza. Di qua c’è la villa giuliesca, lato sud, di là la massicciata della ferrovia che allaccia Mantova a Monselice: in mezzo il corridoio esterno che dall’esedra porta all’ingresso del palazzo. Con il sottopasso per sbucare in Te Brunetti. Prodotta e seminata dall’inciviltà, l’immondizia c’è sempre stata, ma da quando Rfi – la società di Ferrovie delle Stato che si occupa e preoccupa delle rete – ha operato un taglio drastico degli alberi e del verde, lo sfregio è più visibile. Senza l’effetto cosmetico del fogliame, i rifiuti sono venuti a galla.

Una lunga scia che si trascina per metri e metri, parallela ai binari. Risalendo la ferrovia s’incontra un campionario estremo: lattine, bottiglie di plastica e cocci di vetro, sacchetti colmi, scarpe spaiate, copertoni di biciclette, vestiti appallottolati, teloni, catene, coltelli da cucina, ferraglia e piastrelle. Tra i reperti più singolari di questa ricognizione a vista, un casco da moto e un vaso da notte.

«Colpa dei soliti incivili idioti – il commento indignato del sindaco Mattia Palazzi – e adesso che gli alberi non ci sono più, i rifiuti emergono». L’indignazione si accompagna a una reazione immediata: «Farò un’ordinanza per pretendere da Rfi la pulizia dell’area, che è di loro competenza». La stessa Rfi a cui Palazzi ha già chiesto di installare delle barriere anti-rumore e anti-inquinamento per riparare alla nudità prodotta dal taglio brusco.

A tracciare il confine tra la massicciata e l’area del palazzo resiste la recinzione in cemento, ma un largo varco invita il passo all’infrazione. Dall’altro lato, arrampicandosi fino a raggiungere il livello dei binari, si guadagna una nuova prospettiva, altrettanto sconfortante: lo sguardo s’impiglia nei rifiuti e rotola giù contro il muro della villa, offeso da scritte e graffiti. Cicatrici antiche, più volte pulite via e sempre tornate a infestare il lato in ombra della villa gonzaghesca. Altra espressione della stessa idiozia che incoraggia ad abbandonare i rifiuti. Come se la cosa pubblica non fosse lo specchio della coscienza privata.



Come per il campionario della monnezza, anche le scritte coprono un largo spettro di senso, dall’amore alla rabbia sessista nello spazio di pochi centimetri: si contano qualche bestemmia e molti insulti a macchiare anche le dichiarazioni più appassionate. Come questa: «Ho scelto te e sceglierei sempre te, altre miglia di volte ancora». Appassionata, sì, ma perché tatuare le parole sulla pelle di Palazzo Te? Sfregiata, la pelle della villa, da un pasticcio di disegni, sgorbi, allusioni sessuali, cuori e punti esclamativi.

L’auspicio è che le nuove telecamere ad alta risoluzione frenino per tempo le mani degli imbrattatori. La speranza a lungo termine è che a disinnescare l’idiozia non sia soltanto la paura delle conseguenze, ma un sentimento di civiltà.

Il direttore del museo

«A prescindere da chi sia responsabile dell’area e della sua pulizia, siamo di fronte a episodi d’inciviltà che non dovrebbero accadere in alcun luogo. Anche se è vero, la scia di rifiuti stride ancora di più vicino a Palazzo Te». È secco il tono di Stefano Benetti, direttore del museo. Indignato pure dal ricamo pasticciato di scritte e disegni che sporca il muro in ombra della villa.

«Torniamo al discorso di prima, si tratta di manifestazioni d’inciviltà. Spero che le nuove telecamere inaugurate a giugno servano da deterrente – scandisce Benetti – spero che sia l’ultima volta che ci tocca intervenire per cancellare le scritte e riportare il decoro spendendo soldi dei cittadini. Soldi buttati. Certo è un ossimoro che il museo di Palazzo Te, impegnato nell’educazione al patrimonio artistico, debba poi subire queste offese».

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