Domenica primo test per le fusioni nella Bassa

Pegognaga e Motteggiana provano a unire le forze e riagganciare lo sviluppo, i contrari: «Vantaggi non sicuri»

PEGOGNAGA-MOTTEGGIANA. Domenica urne referendarie aperte anche a Pegognaga e Motteggiana, oltre che in 4 comuni del Destra Secchia. Si tratta del primo tentativo di fusione comunale nella Bassa, area di oltre 50mila abitanti, 21mila dei quali vivono a Suzzara, polo attrattivo ed economico di primo piano.

La prospettiva nella quale si muovono i singoli attori locali è quella di creare in futuro un’area omogenea, che equivalga al peso del capoluogo Mantova sull’esempio di quanto sta accadendo in Emilia con Comuni fusi di grande forza. Ma è il come arrivarci che ha diviso gli enti. Proprio per superare questa empasse e riequilibrare i pesi politico amministrativi all’interno dell’area, è nata l’idea di aggregare per tappe le singole realtà in modo da presentarsi all’eventuale matrimonio con Suzzara da posizione di forza. I primi a partire sono stati Pegognaga e Motteggiana che hanno creato una Unione comunale, condividendo i servizi ed oggi giungono al traguardo del referendum per chiedere ai cittadini di fare un passo ulteriore, fondendo i due Comuni. Ma la fase due non sarà gestita dai promotori della fusione, i sindaci Dimitri Melli (Pegognaga) e Fabrizio Nosari (Motteggiana), che hanno già annunciato di cedere la mano a nuovi futuri amministratori.

Al voto sono chiamati 7.802 elettori, dei quali però 522 sono discendenti di emigrati che risiedono all’estero e difficilmente torneranno nella seconda patria per votare. Le schede saranno due: una per dire sì o no alla fusione, una seconda per decidere il nome del futuro comune fuso. Non c’è quorum: il voto è valido indipendentemente da quanti andranno alle urne.

Le motivazioni del sì sono molte: i tagli statali ai bilanci (meno 300mila euro solo per Pegognaga), l’impossibilità di assumere, i costi fissi hanno privato nel tempo il Comune della capacità di investire e innovare. Il futuro, se non ci sarà la fusione, è quello della pura sopravvivenza, senza capacità di migliorare la vita dei cittadini. La fusione libererà invece energie notevoli, come dimostrano i Comuni già fusi. I risparmi annui sono di 110mila euro ed il contributo per la fusione che riempirà le casse per un decennio è di un milione l’anno. Cifre che consentiranno di respirare, offrendo nuovi progetti e facendo diminuire la tassazione generale. Nessun servizio sarà tagliato ed anzi si potranno potenziare grazie alla capacità di assunzione.

Temi che i contrari alla fusione, in gran parte costituiti dalle minoranze consiliari, confutano ritenendo invece che no vi sia la certezza dei finanziamenti, che i servizi siano a rischio, che la fusione sia un’operazione dalla quale non si torna indietro. Mancano, secondo gli oppositori, i fondamentali della contiguità geografica e i riferimenti storici. Si tratterebbe, inoltre, di una «scelta calata dall’alto priva di adeguato coinvolgimento della cittadinanza». —


 

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