Processo Pesci, sequestrati a Marchio beni per un milione

L’imprenditore di Borgo Virgilio da vittima a condannato in 1° grado a 4 anni e mezzo. Confisca di prevenzione di appartamenti e auto

BORGO VIRGILIO. Da vittima a colluso. Da parte offesa a imputato. E ora considerato pericoloso socialmente. Giacomo Marchio, l’imprenditore di Borgo Virgilio entrato nel processo Pesci come uno degli obiettivi taglieggiati, minacciati, ricattati, spolpati dalla gang di Antonio Rocca e compagni, per ordine del boss della ’ndrangheta cutrese Nicolino Grande Aracri, dopo la condanna a 4 anni e mezzo in primo grado stabilita dal tribunale di Mantova lo scorso settembre, ha subito un altro colpo: la confisca di tutti i suoi beni, con le quote societarie, che comprendono alcune decine di appartamenti sparsi tra il Mantovano e Mesoraca, il paese calabrese di cui Marchio è originario, e autovetture e un’auto per un valore che si aggira sul milione di euro. Il provvedimento è stato deciso dal tribunale di Brescia su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, con i due procuratori Claudia Moregola e Paolo Savio. Contro Marchio, oltre alla condanna, che sia pure in primo grado costituisce un’importante chiave di lettura della figura dell’imprenditore, sedicente vittima in realtà legato a doppio filo con gli sgherri del boss, un ruolo ricostruito dai carabinieri del nucleo investigativo di Mantova, pesano questi mesi di indagini successive alla sentenza e alle dichiarazioni, ancora coperte da uno strettissimo riserbo, dei pentiti. La procedura che ha portato a quella che tecnicamente si chiama “confisca di prevenzione” è durata appunto mesi, ed è stata puntellata da diverse udienze. La sua vicinanza al clan di Grande Aracri e agli affari della cosca è stata avallata dalle relazioni dei periti del tribunale, che hanno rilevato un’evidente sproporzione tra i redditi dichiarati da Giacomo Marchio, e il suo tenore di vita e soprattutto i suoi beni, del valore di alcuni milioni di euro. Secondo i periti, un patrimonio che deriva da entrate non dichiarate, con ogni probabilità proventi di attività illecite, derivanti da affari della criminalità organizzata. Verifiche a cui Marchio non è riuscito a controbattere.

L’imprenditore è stata un’autentica sorpresa del processo: considerato nelle fasi iniziali dell’indagine una vittima della cosca, su di lui nei mesi si sono addensati sospetti di comportamenti omertosi per coprire i membri della cosca. Avrebbe testimoniato il falso per aiutare Antonio Rocca, che lo aveva costretto a cedere gratuitamente al re del ferro veronese Moreno Nicolis due appartamenti del valore di 250mila euro.


Emigrato da Mesoraca a Mantova, a 20 anni, aveva cominciato a lavorare a cottimo per Antonio Muto. Era finito in un processo per strozzinaggio e condannato a un anno e due mesi per usura. Fatti del passato.

Ora, contro questa nuova accusa, il suo legale, Andrea Rossato, ha già presentato ricorso in Appello. —


 

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