Terra dei roghi a Mantova: qui i tentacoli della banda

Ruolo chiave del trasportatore che ha scaricato i rifiuti a San Giovanni del Dosso L’organizzazione criminale voleva estendersi anche in altre città lombarde 

MANTOVA. Il cervello dei traffici era tra Milano e Pavia, ma a dare gambe al progetto criminale era l’azienda di Luca Liloni, l’autotrasportatore che, nel luglio del 2017, ha scaricato 400 metri cubi di rifiuti in un capannone industriale di San Giovanni del Dosso. I tentacoli della banda che voleva trasformare la Lombardia in una terra dei fuochi del nord, fermata da un blitz dei carabinieri la scorsa settimana, passano dalla Bassa Bresciana e arrivano fino al Mantovano.

La conferma della posizione chiave di Liloni, 34enne di Gavardo (Brescia) ma residente a Novagli di Montichiari, a pochi chilometri da Castiglione delle Stiviere, è nell’ordinanza del tribunale di Milano. L’uomo, arrestato giovedì scorso (11 ottobre) assieme ad altri cinque, aveva un ruolo subordinato rispetto a Riccardo Minerba, pregiudicato, a capo dell’organizzazione, ma aveva mostrato «una certa continuità nel dedicarsi a traffici illeciti aventi a oggetto rifiuti».

Su di lui ha aperto un fascicolo per procedimento penale la Procura di Mantova. E oggetto dell’indagine è proprio il sequestro, fatto il 7 luglio 2017 dai carabinieri del Noe di Brescia, della discarica abusiva di San Giovanni del Dosso. Nel cortile sul retro di un capannone industriale di proprietà di un’azienda fallita, l’uomo aveva sistemato, confezionati in balle, plastiche, carta, abiti, stoffe, pellami e rifiuto solido urbano indifferenziato. Spazzatura prodotta da una ditta con sede nella provincia di Como.



Perché questi cumuli di rifiuti si trovavano nel Mantovano? E in che modo l’autotrasportatore aveva libero accesso al capannone di San Giovanni? L’organizzazione voleva estendersi anche a Bergamo, Novara e Sondrio, e non è escluso che i criminali avessero messo gli occhi anche sulla provincia di Mantova. Tra i timori del sindaco di San Giovanni del Dosso Angela Zibordi, che ha fatto scattare questo filone di indagini dopo le segnalazioni di un concittadino, anche quello di un rogo di rifiuti. Che la sua denuncia tempestiva, forse, ha contribuito a evitare.

«Abbiamo coinvolto subito i carabinieri – spiega il sindaco – poi abbiamo dovuto aspettare le ordinanze per poter procedere con la bonifica, che ci è costata 23mila euro». Era impossibile notificare a Liloni l’ordinanza di ripristino della situazione originaria perché era impossibile trovarlo: in pochi mesi aveva cambiato tre volte il domicilio. I suoi affari, del resto, spaziavano per tutta la regione.

Aveva curato anche il trasporto di «ingenti quantitativi di rifiuti sia all’impianto della Corsico Rottami sia al capannone di Corteolona», che ha preso fuoco lo scorso 3 gennaio. Poi, dopo l’incendio doloso, che ha fatto segnare una svolta alle indagini, Liloni e il capo della banda, Minerba, hanno litigato per il mancato pagamento di quanto gli spettava per i trasporti illeciti.

La banda, che aveva arruolato criminali d’esperienza, tutti lombardi tranne un romeno, grazie allo smaltimento illecito dei rifiuti guadagnava centinaia di migliaia di euro. Approfittando anche dello stop all’ingresso di residui di lavorazioni industriali da parte di Africa e Cina. Si erano persino inventati un linguaggio in codice: un nastro al cancello del capannone significava che il posto era saturo di rifiuti, pronto per il rogo. Uno degli arrestati mandava poi il messaggio a Minerba: «La torta è pronta e irrorata di liquore». Qualche ora dopo, uno dei pesci piccoli dell’organizzazione, appiccava il fuoco.

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