La tragedia di Sabbioneta: processione silenziosa in duomo per la piccola bara di Marco

Il feretro del bimbo morto nell’incendio è arrivato in chiesa. Oggi alle 15 i funerali. Lo strazio della sorella del padre accusato dell’omicidio

SABBIONETA. Troppo grande questa chiesa per un bambino così piccolo. Troppo silenzio qui dentro, rotto solo dai passi piccoli e veloci di don Claudio. Troppo dolore, per trovare parole che siano balsamo. Sa che dovrà scalare una montagna, oggi (28 novembre) alle 15, per pronunciare frasi che diano consolazione a una famiglia straziata e a un’intera comunità sconvolta. 

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Chissà con quale fede dovrà rivolgersi a Dio per spiegare perché un bambino di 11 anni sia morto così, derubato del suo respiro, nella stanzetta dove voleva giocare con la playstation. Ora è in questa bara bianca con la foto pettinato all’indietro, l’orecchino e lo sguardo fiero del cucciolo che sa di avere tutta la vita davanti. Mancano pochi minuti alle quattro quando il feretro di Marco Zani viene appoggiato davanti all’altare del Duomo di Casalmaggiore, dove nel pomeriggio alle tre verrà celebrato il funerale.

Ad aspettarlo, di fianco al parroco don Rubagotti, la zia Maria Luigia, sorella di Gianfranco, accusato di aver provocato volontariamente l’incendio che ha ucciso suo figlio. Una donna lacerata da un dolore inimmaginabile: la perdita di uno dei suoi tre nipoti e il fratello con una macchia terribile addosso. «Non si è mai staccata da Marco per tutti questi giorni. Lo ha vegliato alla camera mortuaria dell’Oglio Po e adesso è già qui. Non lo lascia un momento», dice don Claudio.

Nel banco in prima fila, questa donna minuta vestita di scuro stacca gli occhi dalla bara bianca soltanto per rispondere agli abbracci. È una processione sottile e silenziosa quella che sfila a singhiozzo nella chiesa immensa. Qualche anziano che si inginocchia per una preghiera veloce e qualche mamma con un bambino per mano, forse compagni di scuola di Marco.

Bambini a cui qualcuno dovrà spiegare perché il loro amico non c’è più. «Non proverò neanche a cercare spiegazioni nell’omelia - annuncia don Claudio - la chiesa è il luogo della preghiera per questa famiglia sottoposta a una prova durissima, non della polemica. L’accusa che pesa sul padre, che vedevo qualche volta quando portava il figlio a calcio, è gravissima, tremenda, ma io non prenderò le parti di nessuno».


Non trattiene la rabbia invece un’amica della mamma di Marco: «Erano mesi che Silvia aveva paura, lui era diventato molto violento, con lei e anche con i ragazzi. Li aveva picchiati fino a mandarli in ospedale. Non l’ho vista per un po’, ma non sapevo che li avessero mandati in una casa protetta. In questi giorni non ho avuto il cuore di avvicinarla, le ho solo mandato un messaggio. Comunque penso che questa sia una tragedia annunciata».

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