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Ha raccolto il testimone del boss Manfredi: le accuse per il 19enne preso a Viadana

Pasquale Manfredi arrestato a Isola di Capo Rizzuto nel 2010

Il padre “Scarface”, responsabile dell’omicidio di Carmine Arena e di Pasquale Tipaldi, fu arrestato nel 2010

VIADANA. La guerra di mafia pronta a scoppiare, i traffici illeciti, i rapporti di forza fra clan, i riti di affiliazione, non lontani da quelli religiosi, che stanno alla base dei legami fra le cosche della ’ndrangheta di Isola di Capo Rizzuto.

Dall'operazione Tisifone, coordinata dalla Dda di Catanzaro contro le cosche del Crotonese, che ha portato a 23 arresti, emergono scenari inquietanti. Di cui Antonio Manfredi, il 19enne arrestato a Viadana, dove era ospite da qualche settimana dalla fidanzata, è uno dei protagonisti. Se per alcuni dei suoi compari più navigati resta sempre un «ragazzetto, a cui bisogna far capire il meno possibile», carta d’identità e curriculum dicono ben altro. Accusato di far parte del sodalizio Arena-Greco Gentile, il bell’Antonio avrebbe svolto da anni un ruolo di supporto fondamentale per l’organizzazione criminale, verso la quale, come risulta dalle intercettazioni, dimostra un’adesione incondizionata. E difficile immaginare il contrario, perché il ragazzo è cresciuto a pane e bazooka. Antonio è infatti il figlio minore di Pasquale Manfredi, prima della cattura, nel 2010, considerato uno dei latitanti più pericolosi d’Italia. “Scarface”, questo il nick name su Facebook è ritenuto uno dei sicari della cosca Nicoscia-Manfredi di Isola Capo Rizzuto. È considerato il responsabile dell’omicidio di due pezzi da 90 della ’ndrangheta, Carmine Arena e Pasquale Tipaldi.

Una delle immagini diffuse dalla Dda di Catanzaro dell’operazione Tisifone


Quando lo catturarono, cercò di scappare dal tetto, davanti agli occhi dei ragazzi. Che avevano già la carriera spianata. I capi storici dentro uno dopo l’altro, e i giovani fuori, con il fucile tra i denti, a tenere accesa la faida tra le famiglie rivali. In particolare, come si legge nell’ordinanza della Dda, Antonio oltre ad interessarsi a trovare le armi, era addetto alla “gestione” di una discoteca a Le Castella, vicino ad Isola di Capo Rizzuto: imponeva con la forza il servizio di vigilanza ed estorceva cinquecento euro per ogni evento che veniva organizzato nel locale, in cambio di «protezione e tranquillità».

Tutto chiaro. Non è chiaro invece cosa ci facesse a Viadana. Cosa lo ha portato a trovarsi una fidanzata a mille chilometri di distanza? Era lei il suo unico appoggio? Se le bocche degli investigatori sono cucitissime, la risposta va cercata spulciando alcuni nomi che compaiono negli atti dell’inchiesta e in una delle pagine più buie della storia di Viadana. Torna l’eco del “Viadana è il nostro” sentenziato nel 2006 nella conversazione telefonica tra Nicola Lentini e Luigi Morelli, due giovani affiliati al clan degli Arena. Gli investigatori li ascoltano seguendo il percorso delle ramificazioni delle cosche in Lombardia e in Emilia. Gran parte delle loro risorse finanziarie, si legge negli atti del processo Pandora, provengono da imprenditori che stanno facendo fortuna al Nord, nei settori degli appalti pubblici, degli autotrasporti e nell'edilizia privata. Un’economia legata all'usura e alle false fatture. Nel Viadanese, già prima del 2000, bazzicano soggetti «di profonda caratura criminale». Dodici anni dopo, un altro dei puledri è qui. E anche il figlio di Lentini, Antonio, è stato arrestato nell’operazione Tisifone. —




 

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