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Processo Pesci bis: «Pene più severe, nel Mantovano parte della cosca»

Deanna Bignardi moglie di Rocca, al centro, durante un'udienza

La Procura generale affonda il colpo e ribadisce: «Anche la moglie del luogotenente aveva un ruolo». Chiesto l'inasprimento delle condanne per tutti e la cancellazione delle assoluzioni

BRESCIA. «Deanna Bignardi, e i parenti di Nicolino Grande Aracri facevano parte della cosca della ’ndrangheta». Fermi nella loro convinzione, Claudia Moregola e Paolo Savio, non abbassano il tiro e tornano a chiedere ai giudici le stesse condanne, severe, del primo grado. È un finale prevedibile, questo, arrivato al terzo giorno della requisitoria in cui la Procura generale ha ricostruito, passo dopo passo, l’aggressione del clan dei cutresi ai cantieri mantovani. Un’aggressione che non ha colpito soltanto i portafogli, ma è andata a minare nel profondo la vita delle persone con minacce, intimidazioni, violenze. Assoggettamento e terrore, forti del nome del boss Nicolino. Tradotto: associazione mafiosa. Senza se e senza ma.

Se le contestazioni della Procura per Grande Aracri e il fido scudiero Antonio Rocca, che hanno incassato in primo grado condanne a 28 anni il primo e 26 anni e 10 mesi il secondo, sono concentrate sulle responsabilità in singoli episodi che i giudici mantovani non hanno considerato rilevanti, per questo Claudia Moregola, nel ribadire la richiesta a 30 anni per entrambi, non rinuncia a ribadire la violenza dell’entrata a gamba tesa nelle imprese edili mantovane. Cominciata, anni prima, dai mesorachesi del clan Ferrazzo, che avevano foraggiato a piene mani l’impresa di Giacomo Marchio. Per l’imprenditore, passato nel corso dell’inchiesta da vittima a imputato, condannato a 4 anni e mezzo per falsa testimonianza, la Procura dà un calcio alla richiesta di assoluzione avanzata dal suo difensore: «Un uomo rognoso, ostico, forte della sua copertura mafiosa. È stato omertoso e ha mentito per proteggere la cosca, con cui ha fatto affari, sapendo benissimo chi aveva di fronte. È arrivato perfino a negare di aver conosciuto Nicolino Grande Aracri. Con loro aveva un debito ingente, pericoloso per la sua stessa vita».



Perché il vento era cambiato, a Mantova, con la scarcerazione di Grande Aracri, nell’estate 2011. L’incoronazione viene omaggiata da Antonio Rocca, da tempo ansioso di avere un ruolo decisionale riconosciuto ufficialmente dalla cosca, e da Antonio Muto.

Se nel primo grado tempi e modi non erano stati chiariti fino in fondo, le testimonianze di queste settimane dei collaboratori di giustizia Antonio Valerio, Giuseppe Liperoti e Salvatore Muto, hanno tolto ogni dubbio. Soprattutto Muto, per cui la Procura chiede uno sconto sulla condanna a 19 anni, ha ricordato con precisione le estorsioni, le imposizioni delle ditte “amiche”, come quella dei fratelli Silipo nel cantiere di Campitello, appoggiata da Antonio Muto, nonostante le proteste di Matteo Franzoni. «Avevano un patto mafioso con Nicolino, stretto a Cutro: lavoravano così da anni, anche con Sarcone in Emilia».

E a lavorare a Mantova, come hanno confermato anche i collaboratori di giustizia, il boss aveva piazzato “i suoi”: il genero Gaetano Belfiore, e il fratello e il nipote, Rosario e Salvatore Grande Aracri. Tutti assolti in primo grado. «La loro aderenza alla cosca è accertata». Contro Rosario, in particolare, ha puntato il dito Valerio, ricordando il suo intervento per pianificare un omicidio a Brescello.

L’attacco a Mantova era studiato, sempre più spavaldo, e Deanna Bignardi, la moglie di Rocca, ne era parte attiva. Per questo Paolo Savio ha ribadito la richiesta di condannarla per associazione mafiosa.

Tutti nelle mani del boss Grande Aracri che ieri è stato sottoposto a una perizia medica. Sta male e i difensori sostengono che le sue condizioni di salute siano incompatibili con il regime carcerario al 41 bis.


LE RICHIESTE

Per gli imputati per cui è stato presentato appello confermate le richieste del primo grado: 30 anni per Nicolino Grande Aracri, condannato a 28; 30 anni per Antonio Rocca, condannato a 26 anni e 10 mesi; 2 anni per Salvatore Rocca, condannato a un anno e 9 mesi (pena sospesa). Per Deanna Bignardi, condannata a 4 anni, richiesti 14 anni per associazione mafiosa. Chiesti 8 anni per Danilo e Ennio Silipo, condannati a 4 anni, perché scagionati dall’accusa di estorsione ai danni di Ecologia e sviluppo. Chiesto uno sconto di pena per Salvatore Muto, ora nel programma protezione pentiti. Per Giuseppe Loprete, condannato a 19 anni, la Procura torna a chiedere 24 anni: avrebbe avuto un ruolo pesante nelle estorsioni. Per Gaetano Belfiore, Rosario e Salvatore Grande Aracri, genero, fratello e nipote del boss, tutti assolti in primo grado, la Procura chiede condanne a 13, 15 e 13 anni per associazione mafiosa. Richieste a cui si sono associati Aldo Pisani, legale di Matteo Franzoni, e Enza Rando, per Libera, parti civili.

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