Lagocastello, tutti assolti: non ci fu alcuna corruzione

La decisione del giudice romano: scagionati Sodano, Muto e altri cinque. «Nessun componente del Consiglio di stato fu avvicinato o subì pressioni»

MANTOVA. Lagocastello, non ci fu corruzione. Il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Roma, Roberto Saulino, ha assolto tutti i sette imputati alla sbarra con l’accusa di aver cercato di pilotare la sentenza sulla lottizzazione affacciata sul lago Inferiore, avvicinando tra l’altro anche il presidente del Consiglio di Stato. A quattro anni dal botto suscitato dall’inchiesta Pesci, e a oltre tre anni dalla prima udienza, in cui il capitolo corruzione venne separato dal resto del faldone e trasferito a Roma per competenza territoriale dopo continui rinvii, è finito l’incubo.

Esce pulito anche da una seconda accusa di peculato, per un viaggio a Roma pagato con soldi pubblici, l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano, che i pubblici ministeri della Dda bresciana Claudia Moregola e Paolo Savio avevano accusato di aver partecipato a un disegno criminale con cui il costruttore Antonio Muto – in sintonia con i piani del boss della ’ndrangheta cutrese Nicolino Grande Aracri – voleva far ripartire la lottizzazione con un grande complesso residenziale di duecento villette e un hotel, nonostante il no incassato dal Ministero per i vincoli artistici e ambientali imposti sull’area.


Scagionati Sodano e Antonio Muto, per cui era già caduta l’aggravante mafiosa ipotizzata dalla Dda bresciana, e con loro assolti pure l’ex presidente del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, l’ex senatore Franco Bonferroni, l'ex senatore ed ex sottosegretario Luigi Grillo, l’affarista veronese Attilio Fanini e l’ex consigliere comunale di Reggio Emilia Tarcisio Costante Zobbi.

Non luogo a procedere. Formula piena: il fatto non sussiste. Assoluzioni annunciate: era stato lo stesso pm Alberto Galanti a riconoscere l’insussistenza dell’accusa di corruzione. Secondo i pm bresciani erano stati Fanini e Grillo a pagare De Lise per aggiustare il procedimento, trasferendolo a giudici accondiscendenti, ma gli accertamenti disposti dal giudice romano hanno rilevato che il processo venne assegnato in modo assolutamente automatico. Non ci fu né un intervento né interferenze. «Eravamo stati noi a dimostrarlo già da tempo con prove documentali, solo che i magistrati bresciani non ci hanno voluto ascoltare, negandoci un interrogatorio che avrebbe chiarito subito molte cose risparmiando questo calvario inutile e doloroso» commenta l’avvocato Alessandro Diddi, difensore di Fanini - il giudice Saulino ha chiesto al pm di verificare le prove che abbiamo portato: nessuno dei giudici del Consiglio di Stato ha subito alcun tipo di pressione».

Ma le difese hanno un altro punto di orgoglio: «lo stesso pm ha definito la sentenza del Consiglio di Stato su Lagocastello al centro del procedimento “una sentenza modello” che ha già fatto giurisprudenza, affermando un principio fondamentale: l’inderogabilità dei vincoli storici e artistici imposti dal Mibac». Il no del Ministero, in sostanza, non può in nessun caso essere ammorbidito né tantomeno smentito. —




 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi