Processo Montedison, l’avvocato dei familiari: «Risarcimenti possibili»

Se la strada del processo penale è in salita ripida, il binario della causa civile appare più agevole

MANTOVA. Se la strada del processo penale è in salita ripida, il binario della causa civile appare più agevole, anche se non completamente sgombro da ostacoli. Così per il processo Montedison, che la quarta sezione della Cassazione ha rimbalzato nuovamente in Appello, cancellando le condanne a nove ex manager per omicidio colposo. Salita ripida perché, Costituzione alla mano, la responsabilità penale è sempre personale: all’argomento la Gazzetta ha dedicato una pagina, ospitando la riflessione dell’epidemiologo Paolo Ricci, confermato nel ruolo di consulente dell’accusa.

«I giudici pretendono una prova diabolica, impossibile da produrre» argomentava Ricci, perché la corsa verso il tumore, il periodo che ne precede la manifestazione clinica, non è scandibile in tappe in modo da «stabilire con certezza la data cui collegare una precisa responsabilità individuale». La prova è diabolica, ma i giudici della Cassazione avrebbero potuto scrivere la parola fine senza ripassare la palla alla Corte d’Appello. Insomma, non tutto è ancora perduto.


Più agevole, il binario della causa civile, lo è perché «sotto il profilo risarcitorio, la responsabilità è attribuita sia a coloro che hanno rivestito cariche apicali sia al datore di datore, per violazione delle norme antinfortunistiche e dell’articolo 2087 del Codice civile, sulle tutele delle condizioni di lavoro. Inoltre, il datore risponde dei danni arrecati ai dipendenti anche ai sensi dell’articolo 2049». Sul tema interviene l’avvocato Sandro Somenzi, preoccupato che la ripidità del processo penale possa scoraggiare qualsiasi azione, anche civile, e, al tempo stesso, attento a non alimentare troppe attese. Se la strada di un’eventuale causa civile appare più larga dello spiraglio penale, c’è sempre da tener conto della prescrizione. Eccolo, l’ostacolo contro cui possono infrangersi le pretese dei familiari (come nel caso in esame).

Altra questione è individuare il datore di lavoro al quale chiedere il risarcimento, considerando che nel corso degli anni Montedison ha assunto diverse forme societarie. Ma è questione risolvibile: la società a cui rivolgersi è quella che è succeduta nelle responsabilità e negli obblighi risarcitori al datore di lavoro che c’era al tempo dell’attività lavorativa dell’operaio morto. Basta sgranare tutti gli anelli della catena proprietaria fino a individuare quello giusto.

E se la Cassazione ha cancellato le condanne penali, i familiari dei dodici lavoratori, per la cui morte era stata accertata la responsabilità degli ex manager Montedison, possono stare tranquilli. Almeno sul fronte dei risarcimenti, perché il giudici di primo grado, Matteo Grimaldi, aveva stabilito delle provvisionali talmente salate, che Edison aveva preferito transare definitivamente con le parti civili. E quei soldi non potrà pretenderli più indietro, a prescindere da come andrà a finire.

Altra cosa ancora, più intima e dolorosa, è il senso d’ingiustizia che a ogni udienza riapre le ferite di troppe famiglie. Tagli profondi che nessuna moneta potrà mai curare.—

Ig.Cip
 

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