Bello, colto e rubacuori: una vita sempre al top. Nel 2008 la diagnosi

Nel 2016 le nozze con Aiste, angelo custode che è sempre rimasta al suo fianco. Otto anni fa il viaggio in Vietnam per tentare una cura a base di cellule staminali

MANTOVA. Ieri mattina, sabato 2 marzo,  Marco Sguaitzer ha perso la battaglia contro la vita, ma ha trionfato nella guerra alle leggi della matematica, per le quali 1 vale 1. Lui era, è e sarà una sola anima, testimone inarrivabile della forza dell’amore. Ma quest’anima si è radicata e si radicherà in migliaia di cuori, diffondendosi più veloce di quel virus che gli ha assestato il colpo letale. Perdere il suo corpo terreno non è solo congedarsi da una testa fina o, per chi ha fede, celebrare il suo ricongiungimento con il papà Mario. Perdere il corpo di Marco sprigiona ancor più come fonte di energia ultraterrena quell’amore e quella solidarietà che grazie al suo esempio sono tornati in tante persone, prima aride e oggi più attente al prossimo. Marco valeva, vale e varrà sempre tante volte più di 1 perché la gabbia che lo racchiudeva è rimasta la stessa mentre al suo interno lo scorbutico Panda che inizialmente vi abitava ha pian piano fatto sorgere un villaggio vacanze affascinante.
 

Delle cose belle che accompagnarono la sua vita dal 4 luglio 1959 sino alla diagnosi di Sclerosi laterale amiotrofica Marco aveva divorato ogni aspetto, con uno stato d’animo però agli antipodi rispetto alla sua seconda vita. Nel vecchio millennio lui era bello, colto ed egoista (gli amici, quando andavano con lui in giro con le ragazze si sentivano come Lazzaro ai piedi della tavola del ricco Epulone); dal 17 dicembre 2008 invece Marco diventò attento, sensibile e pronto a captare tutto ciò che c’era e che lui poteva individuare, inizialmente sospirando col filo di voce rimasto poi dopo la tracheotomia gridandolo col battere degli occhi.
 

Fortunato anche con l’ultima delle sue conquiste, la lituana Aiste Andryulionyte che ha donato la sua vita a quel golfista un po’ goffo ma irresistibile da sano e da malato, come quella volta che riuscì a chiederle di sposarlo. Diceva di essere uno “strumento senza suono” Marco, ma aveva torto. Altro che il quadro di Munch e quell’urlo muto: le sue parole hanno sferzato migliaia di cuori intontiti da Internet o da altre mode. piallandone i conformismi per scremare il senso della vita.
 

Marco ha posto ciascuno di noi dinanzi a domande di amore, rispetto, pace e solidarietà nonostante nel suo cuore più d’un magone si fosse insinuato, fino a guastare ancor di più una vita che solo lui riteneva meravigliosa ma che a ciascuno di noi avrebbe instillato claustrofobia allo stato puro. Dal suo letto seppe stare vicino a Chicco Forti, un surfista suo amico ingiustamente piagato dal carcere a vita negli Usa. Proprio perché energia pura anche se immobile, Marco ha saputo confutare ogni dogma di una scienza ancora lontana dalla cura al male per diventare, nonostante la perdita di ogni funzione fisiologica, un uomo migliore.
 

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Il deflagrante successo degli incontri pubblici, l’affetto dei campioni dello sport e della musica, l’enormità di followers sui social, le migliaia di copie del suo “Senza limite alcuno” diffuse sulla Terra, i messaggi inviati ovunque a tutte le ore sono soltanto una parte di quanto Marco Sguaitzer ha saputo donare al mondo. Questa è la principale lezione che Marco lascia in eterno a chi lo ha amato, a chi ora si sente privato di una parte della propria esistenza. Amore, sempre e solo amore.

Il giorno in cui conobbi Marco capii che dovevo al più presto imparare a resistere allo strazio per la perdita del suo corpo. Sono trascorsi anni, oggi sono messo molto peggio di prima perché da allora non ho imparato nulla e chissà per quanto tempo cercherò sue notizie. Mi sostiene il privilegio della fede, quella stessa che permise a Marco di avvicinarsi a una Chiesa che nei suoi uomini di rado gli è stata vicina come poteva ma dalla quale lui aveva capito di non poter sperare molto di più. Tanto la sua serenità non gli veniva da un “Mi piace” inviato dalla Città del Vaticano o dal Palazzo Vescovile. Intelligente e rapido come sempre Marco, anche grazie al buon papà, aveva trovato il modo, fin dagli ultimi mesi in via Pisacane, per cominciare ad ammirare ciò che Dante definì “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.


 

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