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Rifiuti tossici negli asfalti, mercoledì l’udienza a Venezia

I sei comuni mantovani coinvolti si costituiranno parte civile con un unico legale Indagati tre imprenditori veronesi. La Regione Emilia Romagna minimizza

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BASSO MANTOVANO. Asfalti al veleno: i sei comuni del Basso Mantovano, coinvolti involontariamente nell’inchiesta della Dda di Venezia, hanno incaricato un unico legale, attraverso cui costituirsi parte civile. . Questa mattina, in tribunale a Venezia (città dove ha sede la Dda, Direzione distrettuale antimafia, che ha condotto le indagini) si terrà l’udienza preliminare in cui il giudice deciderà se rinviare a giudizio o no i tre imprenditori veronesi accusati di traffico e gestione illegale di rifiuti, ceneri pesanti, scarti di demolizioni, venduti a costi concorrenziali a enti pubblici e a privati come “conglomerato ecologico certificato”, “concrete green” per realizzare strade e piazzali, alla luce delle indagini, non sottoposto alla decontaminazione.

Un centinaio i comuni coinvolti, nelle province di Verona, Padova, Rovigo, Mantova, Modena, Ferrara e Bolgona. I comuni mantovani coinvolti loro malgrado nella vicenda sono: Ostiglia, Poggio Rusco, Magnacavallo, San Giovanni del Dosso, San Benedetto Po, Sermide e Felonica.

I sei comuni hanno dato incarico all’avvocato Paolo Colombo che questa mattina si troverà al tribunale di Venezia insieme a decine di altri legali in rappresentanza delle svariate parti offese tra Regioni, Province e Comuni.

«Ci presenteremo in tribunale come i tanti altri comuni coinvolti, ma per quanto riguarda i nostri mantovani non c’è ancora nulla di provato - spiega l’avvocato Colombo - Qui l’Arpa non ha ancora disposto carotaggi e esami. Attendiamo le decisioni del giudice che potrebbe proprio disporre queste verifiche».

Ma ci sono anche enti che tendono a minimizzare l’inchiesta, non avendo riscontri effettivi sui materiali incriminati. Tra questi la Regione Emilia Romagna, l’Arpa e soprattutto i legali cui Bologna si era affidata per acquisire la documentazione del processo. Il risultato è che l’Emilia Romagna non si costituirà parte civile al procedimento penale che si apre questa mattina. Con una missiva di qualche giorno fa ai Comuni - anche a quelli che avevano già deliberato di costituirsi parte civile - la Regione Emilia Romagna, infatti, ha fatto sapere la sua posizione, forte dei risultati che erano stati compiuti in un campione di terreni incriminati. La stessa Arpa ha liquidato la questione spiegando che nel periodo 2013-2017 nei corpi freatici della pianura di Ferrara, Bologna e Modena erano stati effettuati 581 campionamenti di acque sotterranee che non avevano evidenziato “variazioni statisticamente significative”. Insomma, non ci sono nelle acque le sostanze pericolose, metalli pesanti, che l’inchiesta riteneva presenti in eccesso nei conglomerati preparati dalle aziende indagate, così da far rimanere quei conglomerati non materie prime, ma rifiuti pericolosi.

L'inchiesta, lo ricordiamo, ha avuto origine dal ritrovamento di materiale sospetto in un cantiere in provincia di Rovigo, da parte dei carabinieri Forestali. Sotto accusa il "concrete green", materiale di cui sono state prodotte 718mila tonnellate tra il 2013 e il 2016. Gli inquirenti avrebbero identificato almeno 71 cantieri in cui sono finite circa 300mila tonnellate di questo conglomerato, utilizzato per la realizzazione del sottofondo stradale, partite da un'azienda veneta del settore. Il prodotto avrebbe avuto sul mercato una grande fortuna, dal momento che veniva venduto a 17 euro al metro cubo contro i 247 euro dei conglomerati ecologici. Un prezzo concorrenziale, ma il materiale non era sottoposto alla decontaminazione prevista.  DM


ECCO DOVE SONO I CANTIERI SOTTO INCHIESTA. I comuni coinvolti sono sei: Poggio Rusco, Ostiglia, Magnacavallo, San Giovanni del Dosso, San Benedetto Po, Sermide e Felonica. Secondo quanto riferito dai rispettivi sindaci, gli appalti pubblici per il rifacimento di asfalti con gli imprenditori sotto inchiesta sarebbero solo due: a Magnacavallo, un breve tratto di 500 metri in via Madonnina sinistra e a San Benedetto Po, un tratto di un chilometro e mezzo in strada Arginello Schiappa a Brede, opera non realizzata direttamente dal Comune ma da un privato come intervento compensativo di un impianto a biogas. In tutti gli altri casi si tratta di piazzali o parcheggi privati.

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