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Al Fermi di Mantova si progetta il futuro con le larve che mangiano la plastica

L’idea: smaltimento bio con le camole del miele che distruggono il polietilene. Tre studenti voleranno negli Stati Uniti a presentare un prototipo di allevamento

Igor Cipollina
2 minuti di lettura

MANTOVA. La sintesi più efficace è del prof Mauro Grandi: le larve mangiano plastica e producono seta. Che detta così può sembrare una cosa facile, un processo da tutti i giorni, e invece è un progetto che, in prospettiva, può rivoluzionare lo smaltimento delle plastiche tutte. E inaugurare la via della seta 2.0, come la definisce Andrea Frer, 17anni, che sta sviluppando l’idea insieme ai compagni Sara Speranzini e Gabriele Ravini. La scuola è l’Istituto superiore Fermi, fucina d’entusiasmi e intuizioni che spesso mettono le gambe a vere e proprie start up.

Quando si dice del ponte tra il mondo dell’istruzione e il cosmo del lavoro. In realtà, quella delle larve che mangiano la plastica è già più di un’idea, lanciata su un doppio binario: quello economico, grazie al fiato dell’azienda “madrina” G2B, che ha meritato una nomination al Best recycled plastic product innovation and sustainability (assegnato a Londra durante il convegno Identiplast), e l’altro scientifico, che ha garantito ad Andrea, Sara e Gabriele un pass per gli Stati Uniti alle Genius Olympiad di Oswego. I tre studenti – i maschi della IVC chimica, la ragazza della IVC biotecnologie – hanno passato la selezione “I giovani e le scienze” e vinto il premio Corepla.

Tutto questo grazie a un progetto di bioconversione del polietilene, che è la plastica d’uso più comune, impiegata anche per sacchetti, pellicole e imballaggi alimentari. In principio fu un articolo su Focus che raccontava della scoperta di una ricercatrice italiana circa la capacità della “Galleria mellonella” di mangiare il polietilene Questa Galleria mellonella altro non è che la camola del miele, la tarma della cera che infesta le arnie. Sotto la guida dei prof Grandi e Monica Valli, Andrea, Sara e Gabriele hanno tradotto la scoperta in un prototipo d’allevamento, che ha la forma di una colonna vertebrale: a ogni disco corrisponde una cella, nella quale il cibo viene introdotto attraverso delle cannule. Perché il polietilene? «Perché ha una catena chimica simile a quella della cera, di cui le camole si nutrono» la risposta.

La verità? Il pastone di crusca, sciroppo di glucosio e plastica che Grandi rimesta, ha pure un buon profumo, una nota dolce. È questo miele finto, artificiale ad attrarre le larve, tenute al buio, in un ambiente umido e a una temperatura costante. «Dove finisce la plastica? Viene digerita e degradata – spiega il prof – si tratta di uno smaltimento ecologico e senza consumo di energia». Il polietilene scompare.

Non si butta via nulla: dai bachi si può ricavare la seta 2.0 (Andrea e compagni ci stanno studiando) e le falene, dopo aver depositato le uova e completato il loro ciclo, diventano mangime per pesci. Fin qui il polietilene, il passaggio successivo riguarderà il polipropilene e il pvc: riusciranno i nostri a inventare un pastone altrettanto digeribile per le camole del miele? Il primo ingrediente c’è già: l’entusiasmo. —




 

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