Mantova, il boss vuole ricusare uno dei giudici. No della Cassazione

Nicolino Grande Aracri puntava sull'incompatibilità: Massimo Vecchiano lo aveva già condannato per un duplice omicidio nel 2004

MANTOVA. Voleva ricusare uno dei giudici della corte d’appello del processo Pesci, puntando il dito su una presunta incompatibilità, ma un mese prima della conferma della condanna per associazione mafiosa, ridotta a vent’anni e otto mesi, Nicolino Grande Aracri, boss della ‘ndrangheta cutrese, ha incassato il no della Cassazione, che ha respinto il suo ricorso.

Uno dei giudici del collegio presieduto da Giulio De Antoni, Massimo Vecchiano, faceva parte della corte d’assise di Cremona che nel 2004 lo processò per omicidio e porto illegale d’arma. Undici anni prima, nel 1993 a Colonie Padane, vennero uccisi in un agguato di mafia il 29enne Dramone Ruggiero e il 39enne Antonio Muto. Grande Aracri e il suo luogotenente Francesco Lamanna vennero condannati all’ergastolo. Una sentenza poi capovolta dalla corte d’assise, che li assolse. Secondo i legali del boss, i due procedimenti hanno come oggetto lo stesso sodalizio criminale e lo stesso periodo. Un rilievo non accolto dalla Cassazione: l’associazione mafiosa oggetto del processo Pesci ha cominciato a operare soltanto nel 2011, molto dopo le vicende del processo cremonese, tanto che non è stato acquisito alcun atto. Due questioni assolutamente distinte, quindi non c’è incompatibilità.


 

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