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Bambini maltrattati alla materna di Mariana Mantovana: in appello pena ridotta a una delle insegnanti

Da venti a tre mesi di condanna. Confermata un’assoluzione: una delle maestre nei video scambiata per un’altra collega

Giancarlo Oliani
1 minuto di lettura

MARIANA MANTOVANA. Erano finite a processo con l’accusa di aver maltrattato i bambini della scuola materna di Mariana Mantovana. E una di loro, dopo tre anni di gogna, è risultata estranea alla vicenda. Era stata scambiata per un’altra insegnante. I carabinieri di Viadana, nel visionare i filmati registrati dalle telecamere nascoste, in poche parole, avevano sbagliato persona. La verità era emersa grazie alle testimonianze delle due famiglie che si sono costituite parte civile e che non hanno riconosciuto in quei video la maestra finita a processo. Per questo Cecilia Seniga, 42 anni, residente a Castel Goffredo, era stata assolta dal tribunale di Mantova per non aver commesso il fatto. Condannata invece Marzia Simoni, 36 anni di Asola: un anno e otto mesi di reclusione in abbreviato. La Corte d’appello di Brescia ha ora in parte riformato quella sentenza. L’assoluzione della Seniga è stata confermata, ma per la Simoni il giudici bresciani hanno derubricato il reato di maltrattamenti in abuso dei mezzi di correzione, un reato minore, che ha portato la condanna da venti a tre mesi.

Le insegnanti erano accusate di aver ripetutamente maltrattato i bimbi della scuola materna e questo in virtù delle immagini registrate dalle telecamere e delle cimici installate di nascosto dai carabinieri di Viadana, dove però la Seniga è stata scambiata per una collega. Da qui la richiesta del pubblico ministero di riportare il fascicolo in procura per gli approfondimenti del caso.

I fatti contestati erano accaduti nel corso del 2015. In qualità di maestre, secondo il capo d’imputazione, avrebbero maltrattato i bambini a loro affidati mediante percosse, strattonamenti e sistematiche minacce verbali. Due le famiglie che si sono costituite parte civile. La procura della Repubblica non aveva avuto dubbi sulle violenze e sulle aggressioni, incompatibili con il rispetto della persona. «Il nostro ordinamento - si legge nel capo d’imputazione - accorda la dignità del minore sia come singolo che in gruppo».

 

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