La Pata vince la causa contro l’Antitrust al Consiglio di Stato

Sulla presunta pubblicità ingannevole, l’Autorità  per il garante aveva multato  l’azienda per 250mila euro. Ora saranno restituiti 

CASTIGLIONE DELLE STIVIERE. Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar del Lazio e dà ragione all’azienda produttrice di patatine, Pata di Castiglione, sul caso della presunta pubblicità ingannevole denunciata dall’Antitrust. Di conseguenza, all’azienda alimentare mantovana, verranno anche restituiti i 250mila euro di multa, che aveva già pagato.. La vicenda risale al 2015, quando l’Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva inflitto oltre un milione di euro di sanzioni a quattro colossi alimentari, Pata, Amica Chips, il gruppo San Carlo e Ica Foods, per diciture sulle confezioni e per alcuni spot ritenuti ingannevoli.

Le aziende interessate avevano presentato ricorso, ma il Tar del Lazio lo aveva respinto, confermando quindi accuse e sanzioni dell’Antitrust.


Pata però non si è arresa e si è rivolta al successivo grado di giudizio, al Consiglio di Stato, chiedendo l’annullamento della sentenza del Tar.

A quattro anni dalla vicenda, l’8 maggio scorso il Consiglio di Stato ha pubblicato la sentenza con cui ribalta quella del Tar e accoglie le ragioni dell’azienda castiglionese, disponendo quindi la restituzione alla Pata della maxi multa.

Nella sentenza vengono smontate una ad una le contestazioni dell’Antitrust, che riguardavano il packaging di due linee di patatine fritte, “La patatina artigianale” e “Da Vinci Chips”.

L’Autorità per il garante riteneva ingannevole per il consumatore la dicitura “artigianale” sulla prima linea di prodotti e allo stesso tempo fuorviante la scritta “con olio extravergine di oliva e sale rosa dell’Himalaya” che rimandava al retro della confezione la quantità di olio e di altri ingredienti. Infine era stata ritenuta ingannevole per entrambe le linee la scritta “-30% di grassi” .

«La patatina artigianale - scrive nella sentenza il Consiglio di Stato - lungi da ingenerare ingannevole confusione, rispecchia lo specifico metodo di produzione, diverso da quello delle altre linee produttive». E per quanto riguarda gli altri due rilievi, il Consiglio di Stato precisa che entrambe le informazioni sono legittime e verificate da un’ispezione dell’Asl del 6 luglio 2010.

Sorride, incredulo, il patron di Pata Remo Gobbi: «Avevo quasi dimenticato questa vicenda, avevamo pagato subito la multa salata. L’altro giorno invece i miei uffici mi hanno informato della nuova sentenza. Non volevo crederci, non ho mai vinto una causa. Tra l’altro, d’accordo con Asl e Antitrust già da alcuni anni abbiamo cambiato la dicitura “artigianale” in “metodo artigianale”. Adesso comunque sono molto soddisfatto, anche perché la nostra azienda sta crescendo ancora, ci stiamo ampliando. Ora non mi resta che attendere la restituzione dei 250mila euro, che non erano proprio briciole, quella multa era stata un po’ come una tempestata per un contadino». —

Daniela Marchi

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