Omicidio Mora, il collaboratore di giustizia:«Io e i miei figli minacciati di morte»

Al processo che vede alla sbarra i componenti del commando che 23 anni fa uccise l’orefice suzzarese nel corso di una rapina, il pentito in videoconferenza dal carcere accusa: "Gli imputati volevano comprare il mio silenzio"

SUZZARA. Le mani che si muovono nervose, in alcuni momenti convulse; la voce a tratti lacerata dall’emozione. Dal carcere di Alessandria, attraverso l’impianto di videoconferenza, Patrick Dori – che con le sue rivelazioni ha consentito ai carabinieri di identificare i presunti autori del delitto – ha rovesciato sull’aula di assise del tribunale di Mantova una valanga di accuse, in verità non sempre in sintonia con il fuoco di fila delle domande dei difensori dei cinque imputati che hanno cercato in ogni modo di minare la credibilità del testimone.

Una giornata densa, quella di ieri, in tribunale dove si sta decidendo della sorte di cinque giostrai vicentini, quattro dei quali ritenuti dalla procura i componenti del commando che 23 anni fa uccise l’orefice suzzarese Gabriele Mora nel corso di una rapina in negozio e provocò anche la morte di un complice, ferito nella sparatoria e scaricato agonizzante davanti all’ospedale di Thiene. La tensione era palpabile anche nello scambio tra accusa e difesa: più di una volta il presidente del collegio giudicante, Beatrice Bergamasco, ha dovuto intervenire a placare gli animi.. Gionata Floriani, 41 anni, Stefano Dori, 48, Adriano Dori, 45 e Giancarlo Dori, 53, sono tutti accusati di duplice omicidio volontario e tentata rapina.

Il quinto imputato, Danilo Dori, 54 anni, non presente alla rapina in gioielleria, deve rispondere solo dell’omicidio dell’orefice, in quanto presunto ideatore dell’assalto. Ieri un paio di loro è stato sentito e messo a confronto con le intercettazioni telefoniche e ambientali fatte due anni fa, dopo la loro iscrizione nel registro degli indagati. «Ho tanti precedenti penali ma con questa cosa proprio non c’entro» ha detto più volte ai giudici Gionata Floriani, ritenuto il bandito con il cappellino entrato per primo nell’oreficeria di Mora. Tra i suoi tanti «non ricordo» anche quello riferito alla spiegazione di una frase pronunciata in auto nel maggio di due anni fa e intercettata dagli investigatori: «C’è da dar via la pistola da qua...». La sua interpretazione: «Non mi ricordo, forse era la pistola per lavare l’auto o quella del silicone...».


Ma il vero protagonista dell’udienza di ieri è stato Patrick, l’accusatore. I difensori degli imputati si sono dati il cambio per sfiancarlo. E non hanno mancato di ricordare il fatto che fosse «violento», «dedito alle droghe» e «bugiardo». «Lei all’inizio accusò due persone e poi si smentì, disse lei stesso di aver detto delle fesserie... Mi spiega?» lo ha messo all’angolo uno degli avvocati. «Sì, all’inizio ho mentito per tutelare la mia famiglia – ha detto – quelli minacciavano me e i miei figli. Quella deposizione mi è stata imposta da Danilo Dori, era lui il capo, e al tempo non ero ancora tutelato dalle forze dell’ordine: gli imputati hanno tentato di farmi tacere, prima con le minacce poi cercando di pagare il mio silenzio con 50mila euro». Infine ha lanciato accuse contro un finanziere, citato con nome e cognome: «Era in combutta con loro, suggeriva i possibili obiettivi dei colpi». —

An.Mo.


 

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