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Abiti in cambio del silenzio: ecco il gioco dei due finanzieri condannati per corruzione a Mantova

Il giudice in 75 pagine spiega le motivazioni delle condanne. Mille euro, giacche e vino per non denunciare i clandestini nelle maglierie cinesi 

MANTOVA.  «No, no, meglio sportivo, un taglio sportivo. Io di solito non mi vesto elegante». Preferiva un look casual, il vicebrigadiere Pietro D’Amato. Lo spiega a puntino a Lucio, soprannome di un magliaio cinese dal nome impronunciabile di Roncoferraro. Contratta taglio dell’abito e colore. Blu no, meglio grigio che va su tutto. Non sa ancora, il vicebrigadiere delle Fiamme Gialle, che qualcuno, a distanza di sicurezza, sta fotografando la contrattazione con un cellulare. Glielo dirà Lucio, qualche giorno dopo, e la notizia farà sobbalzare lui e il suo capo, il luogotenente Carlo Benvenuti. Sperano in una coincidenza, sperano che nessuno abbia capito i loro traffici: vestiti, cene, casse di vino pregiato e soprattutto soldi dalle aziende cinesi in cambio del silenzio sull’impiego di clandestini, sul lavoro nero, sull’evasione delle tasse. Sono i loro stessi colleghi a fotografarli, a intercettarli, e alla fine a portare tutto in Procura.

Un’indagine capillare, che il gup Matteo Grimaldi spiega nelle 75 pagine di motivazione delle sentenze dei riti abbreviati dell’operazione Formula, con le condanne per corruzione e truffa dei due, dell’appuntato Mauro Raso, del maresciallo Massimo Senatore e di un consulente, Marco Molinari. Cavriana, Medole, Rodigo, Roncoferraro: questi gli obiettivi accertati dei sopralluoghi fruttuosi della coppia Benvenuti- D’Amato, che trovavano negli imprenditori cinesi complici istantanei. «Si può sistemare» assicurano al consulente Molinari, che tiene i conti al magliaio e dà le dritte per le trattative. Tutto normale: «Vuoi giacca? Ti piace di più giacca o cappotto?» chiede Lucio. Vestiti di classe, commentano i finanzieri, perché il laboratorio di Roncoferraro lavora anche per Lubiam, che gli paga 700mila euro di vestiti l’anno. Loro si accontentano di molto meno: un giubbino, qualche abito della taglia giusta e un migliaio di euro da spartire come bravi fratelli. I clandestini sono «un guaio», per gli imprenditori, e il silenzio si paga. La legge del mercato. Sul resto una segnalazione può scapparci, tanto per non dare nell’occhio e fugare i sospetti.

A Rodigo trovano addirittura 15 clandestini, ma «i corpettini da donna con reggiseni da atletica da corsa» staranno a pennello alla figlia di D’Amato. Affare fatto. A Roncoferraro stanano un clandestino nascosto in bagno: in questo caso a condurre la trattativa è una certa Giuly, che offre la giovane Kelly. «Questi qua ti mandano le figlie così...» commentano i due puritani. Di certo c’è soltanto una cena, una cassa di vino e mille euro che si dividono. Ad avvalorare le intercettazioni le confessioni dei due, che davanti all’evidenza hanno vuotato il sacco, chiamando in causa anche altre persone. Come Marco Vaccari, titolare della MantovaModa, che chiede un intervento a Benvenuti per recuperare un credito di 250mila euro. E il luogotenente agisce: propone a un funzionario delle agenzie delle entrate di Castiglione «una lauta ricompensa» in cambio di notizie sugli scheletri nell’armadio del debitore, che «non sarà mica un santo».


«Gli faccio vedere dei nomi così vedono che ho fatto delle indagini su di loro e dopo vediamo come reagiscono». Minacce velate e soffiate su controlli della Finanza. «L’abbiamo scaldato bene».

Liquida con poche parole, il giudice, le gite di Benvenuti con l’autista «la mia ombra», Mauro Raso alle terme di Sirmione, in orario di lavoro e con auto di servizio. Se il luogotenente china la testa e ammette, le giustificazioni di Raso «sono inverosimili e rasentano il ridicolo».




 

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