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Mantova, sei mesi di violenze di genere: aumentano le richieste d’aiuto

Da gennaio a giugno 54 vittime si sono rivolte al Centro Donne. La maggioranza è italiana con figli: in cima ai maltrattamenti quello psicologico

Igor Cipollina
2 minuti di lettura
Da sinistra la psicologa Cristina Ferrari con Claudia Forini del Centro Donne Mantova 

MANTOVA. «Come pensi che possiamo aiutarti?». Con questa domanda il gruppo di lavoro del Centro antiviolenza della cooperativa Centro Donne Mantova accoglie chi è in fuga da uomini maltrattanti, come li definiscono in gergo. Partner padroni che manipolano, assoggettano, isolano. E, a giudicare dai numeri, il fenomeno è in crescita spinta: nel 2017 alle porte del Centro bussarono 69 donne, l’anno scorso furono 81, e nei primi sei mesi del 2019 il conto è già salito a 54.

La presidente del Centro, Claudia Forini, che è anche counselor, però suggerisce una lettura altra rispetto a quella dell’esplosione delle violenze: «Credo ci sia un’emersione del fenomeno, non un aumento dei casi. Emersione incoraggiata da un insieme di cose, oggi si parla di più di violenze, si è maggiormente sensibilizzati e ci sono più strumenti. Oggi si cerca di far rete sul territorio, esiste una task force, l’intervento è più strutturato». Accanto a quello gestito da Forini e socie, in provincia di Mantova si contano i due centri antiviolenza del Centro Aiuto alla Vita e di Telefono Rosa. Ognuno con le proprie caratteristiche e strumenti, ma tutti complementari.

«Noi abbiamo un’impronta laico-femminista, puntiamo sull’autodeterminazione. E questo si riflette sul nostro metodo di lavoro – argomenta Forini – alle donne che si rivolgono a noi domandiamo cosa desiderano fare, riconosciamo loro una competenza, anche se sono in condizione di svantaggio e fragilità». Eccolo, il senso di quel «come pensi che possiamo aiutarti?».

Scorrendo cifre e percentuali elaborate dal Centro Donne Mantova è possibile tracciare un profilo delle donne vittime di violenza e, come fosse il negativo di una foto analogica, anche un identikit dei maltrattanti. Delle 54 donne che hanno contattato il Centro antiviolenza nei primi sei mesi dell’anno: il 69% è di nazionalità italiana; il 40% ha un’eta compresa tra i 38 e i 57 anni; il 7% arriva da fuori provincia (l’anonimato integrale, in un orizzonte di vita che non è il proprio, può essere un conforto); il 66% ha figli e il 44% un lavoro.

Nel 38% dei casi il maltrattante è il partner attuale, convivente, marito o fidanzato. Il 56% degli uomini violenti è italiano, il 58% lavora, il 20% ha un problema di dipendenza da droghe o alcol, e l’8% ha precedenti penali. In cima alla tipologia di maltrattamento c’è quello psicologico, sul quale poggiano tutte le altre violenze.

«Spesso ci si stupisce del fatto che le donne non vadano via, ma è necessario tener conto del lavoro di manipolazione dei loro uomini, che le sminuiscono minandone l’autostima, fino a isolarle dal mondo esterno – ammonisce Forini – è spesso un lavoro di anni. E attenzione, la violenza non è appannaggio dei poveracci, è trasversale, colpisce anche le donne istruite». Per questo bisognerebbe offrire subito, sin da bambini, gli strumenti per non confondere la violenza con l’amore. Per leggere nei cento messaggi al giorno sul telefonino una volontà di controllo e non una forma di premura.

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