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Confindustria frena sulla crisi nel Mantovano: «Non c’è ancora crescita ma il peggio è passato»

Cauto ottimismo del direttore di via Portazzolo. Redolfini «La preoccupazione c’è ma dipende anche dagli scenari nazionali» 

MANTOVA. Prudente e preoccupato sì, ma non allarmato: dall’osservatorio di via Portazzolo la previsione del direttore di Confindustria Mantova Mauro Redolfini sull’autunno industriale che verrà racconta di un cauto ottimismo che si discosta dall’allarme lanciato sulla Gazzetta da Mauro Mantovani della segreteria Cgil.

La Cgil parla di produzione in calo in tutti i settori...


«Per quanto riguarda il distretto della calza dell’Alto Mantovano purtroppo da alcuni anni soffre e condivido le considerazioni del sindacato. Ma a livello generale devo dire che da un paio di anni sono meno preoccupato di quanto lo fossi prima. Nel senso che dopo il picco negativo di 4/5 anni fa, da un paio d’anni registriamo una situazione di stabilizzazione e assistiamo a casi di aziende che conquistano nicchie di mercato nuove e si rafforzano sui mercati».

Cosa preoccupa di più in questo momento?

«Da una parte ci sono la situazione tedesca e la minacce di dazi considerando che eravamo al 48% del fatturato con l’export. Dall’altra la crisi politica nazionale perché se non dovesse arrivare un governo che blocchi l’aumento dell’Iva, per un numero di mesi ci sarà il blocco dei consumi interni. Sì a livello nazionale lo scenario è preoccupante».

E a livello locale?

«Dopo il 20 settembre come ogni anno si terrà il consiglio generale di Confindustria Mantova per affrontare la situazione congiunturale in vista della fine dell’anno. In quell’occasione il presidente dell’associazione intervista i presidenti di ogni categoria per avere un quadro complessivo: solo allora avremo dei dati oggettivi e sapremo cosa aspettarci per la chiusura del 2019. Dati che dovranno essere valutati e analizzati con attenzione. Oggi la preoccupazione c’è anche perché la situazione nazionale così come l’andamento economico è volubile ma non esagererei con gli allarmismi. Al momento non cresciamo, siamo in una fase di stagnazione ma molto dipenderà da cosa succede con il nuovo governo e se la prossima Finanziaria avrà attenzione al lavoro e alla politica economica industriale, attenzioni che da un po’ di tempo mancano».

Insomma: un pizzico di ottimismo oltre a non guastare, non manca?

«Parlerei di ragionevole preoccupazione, non di situazione al collasso. In questi ultimi mesi ho visto imprese cercare personale qualificato, fare scelte per superare la crisi e altre rafforzarsi. I dati di luglio erano ragionevolmente gestibili».

Può farci alcuni esempi?

«Il settore dell’edilizia ad esempio negli ultimi quattro mesi ha iniziato a dare segnali di ragionevole ottimismo sia sul fronte delle compravendite che dei cantieri, che possono far sperare in un cambio di rotta. L’alimentare tiene, i dati del settore metalmeccanico sono buoni anche se bisogna capire come inciderà la situazione tedesca e va abbastanza bene anche per le macchine agricole. Ecco forse l’abbigliamento nella fase pre-estiva è quello che ha sofferto di più ma, da sempre è il settore principale che risente delle paure dei consumatori. Gli allarmi, si sa, innescano una spirale di pessimismo che porta inevitabilmente a un calo degli investimenti. Insomma ci sono stati periodi in cui ogni due giorni in Confindustria avevamo incontri per crisi aziendali: da due anni non è più così. Diciamo che se prima avevamo davanti un malato grave ora ha l’influenza, sempre malato è ma sta meglio di prima».


 

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