L’Italia è abbagliata dalla luce «Si può risparmiare 1 miliardo»

Dopo l’Atlante dell’inquinamento luminoso, nuovo studio di Falchi e Furgoni: «In Europa il livello di illuminazione corretto è quello adottato dalla Germania»

MANTOVA. In principio fu l’“Atlante mondiale dell’inquinamento luminoso”, pubblicato nel 2016 dalla rivista Science Advances. Grande successo e tanta attenzione per i due co-autori mantovani Riccardo Furgoni, cacciatore di stelle variabili e collaboratore dell’Agenzia spaziale europea, e Fabio Falchi, prof di fisica e presidente dell’associazione CieloBuio. Per la prima volta l’eccesso di luce sparato in cielo veniva considerato alla stregua di un inquinante che guasta gli equilibri su cui si regge il pianeta e altera la percezione di chi l’abita. Il passo successivo? La recente ricerca “Light pollution in Usa and Europe: The good, the bad and the ugly” (“L’inquinamento luminoso negli Stati Uniti d’America e in Europa: il buono, il brutto e il cattivo” con un chiaro omaggio a Sergio Leone), pubblicato dal Journal of Environmental Management.

Furgoni e Falchi figurano sempre tra i co-autori insieme ad altri sei ricercatori di università statunitensi e israeliane. Lo studio sposta più in là l’analisi dell’Atlante, sviluppando un modello matematico che mette in relazione i flussi luminosi con la densità di popolazione e il Prodotto interno lordo. In pratica, se l’Atlante mappava l’inquinamento luminoso, il nuovo studio calcola anche il flusso per dollaro e il flusso pro capite, incoraggiando riflessioni sul rapporto tra benessere economico e quantità di luce pubblica (la relazione non è direttamente proporzionale). Lavoro certosino, che ha passato sotto la lente 3.400 contee americane e 1.400 province europee. Il confronto è a più livelli: tra Europa e Stati Uniti, all’interno degli Stati Uniti e nelle pieghe dell’Europa. A imporsi come modello virtuoso nel Vecchio Continente è la Germania: se l’Italia abbassasse le luci al suo livello, potrebbe risparmiare un miliardo di euro e destinare la somma ad altri investimenti.


«Attenzione, però – intervengono Furgoni e Falchi – non si vuole la polarizzazione luce-buio. Quello della Germania è un livello di illuminazione corretto». Anche perché la sensibilità dell’occhio umano è tale che se si dimezza l’intensità delle luci più forti, spesso in uso nelle nostre città, la percezione della riduzione sarà di gran lunga inferiore. L’importante è che nei centri urbani non ci sia disomogeneità d’illuminazione. L’esempio estremo è quello delle stazioni di servizio statunitensi, accese di notte come una sala operatoria, ma spesso immerse in strade buie: inevitabile il disorientamento degli automobilisti.

Altro guasto contemporaneo, l’uso distorto dei led che, a parità di costi, hanno aumentato i flussi. Ripresa da Washington Post, Newsweek e dall’inserto economico di Repubblica, Affari e Finanza, il nuovo studio muove un altro, robusto passo avanti verso la consapevolezza che l’inquinamento luminoso non disturba soltanto l’osservazione del cielo, non è esclusivamente un problema astronomico, ma interpella anche gli ambiti della salute pubblica e dell’epidemiologia.

Un esempio? Tra gli sviluppi futuri potrebbe esserci un approfondimento sulla propagazione della febbre del Nilo: l’ipotesi è che la circolazione del virus sia accelerata nelle regioni più intensamente illuminate, perché l’eccesso di luce abbassa le difese immunitarie degli uccelli che lo veicolano. Non è soltanto un abbaglio.
 

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