Dall’agricoltura alle presse: l'azienda Manni di San Biagio festeggia un secolo

Tutto cominciò con nonno Pin: oggi sono 3.600 le macchine vendute nel mondo. La svolta è arrivata grazie al poliuretano per celle, banchi e camion frigo

MANTOVA. C’era una volta e ci sarà ancora. La storia dell’azienda Manni, a San Biagio di Bagnolo San Vito, ha tutti gli ingredienti giusti: la famiglia, il legame con la terra, lo spirito imprenditoriale, le esigenze dei clienti declinate in idee commerciali, la conquista del mercato internazionale senza allentare radici e consapevolezza. Restando semplici, nell’accezione più genuina.

La stessa leggerezza che ancora si respira in azienda, un po’ corte e un po’ officina, con la casa attaccata agli uffici, una pressa degli anni ’50 in cortile, resa ancora più preziosa dalla carezza ruvida della ruggine, e dieci robot antropomorfi al chiuso di un capannone. Il verde della campagna intorno e l’azzurro della cartina del mondo appesa al muro: il colore dei continenti e delle nazioni con cui Manni fa affari. Cina, Stati Uniti, Emirati Arabi, America Latina, Europa. Dall’intraprendenza di nonno Giuseppe, detto Pin, fabbro e sostenitore di don Sturzo, ai robot antropomorfi sono passati cent’anni, che l’azienda si prepara a festeggiare come l’occasione merita. Ma sempre con misura.



A incarnare la terza generazione sono Luciano, 71 anni, e Giuseppe Manni, 81, cugini, figli dei fratelli Cleante e Aldo, venuti su insieme nella stessa casa, una comunità di tredici persone governata da nonna Fiorige. Nonno Pin morì nel 1928, i figli maschi s’impiegarono dallo zio materno, che gestiva macchine agricole per conto terzi. Trebbiatrici fisse, mietitrebbie, trattori. E l’officina, l’antro delle idee. I fratelli ci sapevano fare, al punto da andare avanti da soli quando si presentò l’occasione. Eccolo, il legame con la terra grassa e fertile.

La prima pressa per il legno la realizzò Aldo, dietro sollecitazione di Walter Ponti – sì, il capostipite di Ponti Arredamenti – che aveva sposato la loro zia: perché doveva continuare a schiacciare le porte con i morsetti? Già, perché? Aldo girò per fiere e s’ispirò a una macchina tedesca. Cominciò così l’avventura delle presse, che corse parallela a quella delle macchine agricole fino al 1972, quando in azienda si decise di concentrasi soltanto sulle prime.

Il vero punto di svolta, che avrebbe proiettato la Manni nel mondo, arrivò con la richiesta della Tasselli di Suzzara, all’epoca leader nella produzione di frigoriferi industriali, di realizzare una macchina per pressare il poliuretano, isolante perfetto per celle, banchi e camion frigo, parti di nave, container e anche case prefabbricate. E quando la storia della Tasselli s’interruppe, fu la Cannon di Caronno Pertusella, provincia di Varese, ad agganciare la propria traiettoria commerciale con quella della Manni, abbinando alle presse le proprie macchine per schiumare il poliuretano. Iniziò così la conquista del mercato internazionale che ancora continua.

L’ultima innovazione è quella della Manni Ecologic e delle presse per compattare i materiali da riciclo. Morale, oggi l’azienda di San Biagio conta 80 dipendenti e 3.622 macchine vendute nel mondo. L’ultimo fatturato è stato di 13 milioni di euro. E adesso i cento anni pesano anche sulle spalle della quarta generazione, delle figlie di Giuseppe e i figli di Luciano: Marcella, Sandra, Andrea e Francesco. Qualcuno di loro ci ha provato a prendere strade altre, ma alla fine è tornato a casa, in azienda. Imparando a indossare la tradizione con leggerezza.

La festa

Cent’anni d’attività segnano un traguardo importante, soprattutto per un’azienda come Manni che nell’arco di un secolo è riuscita a innovarsi connettendo la tradizione al futuro, senza mai smarrire il senso delle radici e della famiglia. Un traguardo da tagliare con un momento di condivisione e di festa: l’appuntamento (a inviti) è per venerdì 20 settembre.

Nella cornice dell’evento, anche un rinfresco accompagnato da una speciale performance dell’artista Serafino Rudari, seguita da uno spettacolo pirotecnico. «Tutto questo non è stato calato dall’alto – racconta Licia, moglie di Luciano Manni, a proposito del respiro internazionale dell’azienda – è stato sofferto e vissuto insieme. La chiave è stata la condivisione in famiglia, anche dei problemi e delle paure». 

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