Gli eco meloni e le api da fiume: sono gli Oscar dell’agricoltura

A Viadana Lorenzo Pezzali fa arrivare in tavola frutti senza residui chimici. A Cavriana Stefano Trivini porta gli insetti sul Po: così ha miele anche d’estate  

MANTOVA. Lorenzo Pezzali usa la tecnologia per coltivare meloni a residuo zero. Stefano Trivini ha recuperato un’antica pratica dei Romani per rendere produttive le sue api anche in estate. I due agricoltori sono stati premiati il 18 settembre a Milano con gli Oscar green Lombardia, i riconoscimenti ai giovani imprenditori più innovativi assegnati ogni anno dalla Coldiretti. Lorenzo ha vinto nella categoria “Impresa 4.terra”, mentre Stefano ha sbaragliato i concorrenti nella categoria “Sostenibilità”. In occasione della premiazione l’associazione ha anche diffuso i dati sulle imprese condotte da under 35: nei primi sei mesi del 2019 in Lombardia ne sono nate 288, più di una al giorno.

In totale sono più di tremila le imprese giovani nelle campagne lombarde. Tra le province, il numero maggiore è a Brescia (699), mentre Mantova è quarta con 321 aziende. Lorenzo Pezzali, 37enne di Viadana, a produrre frutta ha cominciato nove anni fa. Diplomato in elettrotecnica all’Itis, per dieci anni ha fatto il tecnico luci sui palchi delle band di mezza Italia e sulle navi da crociera. «Non ero mai a casa. Volevo farmi una famiglia e così ho abbandonato quel lavoro».

Ed è tornato alla terra del papà, del nonno e del bisnonno, 25 ettari in cui si coltivano pere, pomodori, uva da lambrusco, e meloni (circa 9 ettari). Ma non meloni qualsiasi. Grazie a un progetto sperimentale che coinvolge la Op (organizzazione di produttori) Don Camillo di Brescello e la catena di supermercati Esselunga, l’azienda di Lorenzo produce meloni certificati a residuo zero: significa che il prodotto che arriva nei punti vendita non ha nemmeno quella parte infinitesima di residuo chimico tollerata dalla legge perché ritenuta non pericolosa per la salute. L’idea è nata dalla stessa Esselunga, che ha chiesto alla Don Camillo di produrre meloni con queste caratteristiche.

«A differenza del biologico – spiega Lorenzo – si tratta di una certificazione di prodotto e non di processo produttivo. I meloni vengono analizzati e certificati e poi l’analisi viene ripetuta anche dall’acquirente». Per questo tipo di produzione, la chimica è ammessa: ciò che importa è che non rimanga sul melone e nel terreno. «Usiamo prodotti chimici di nuova generazione e stiamo molto attenti alla loro biodegradabilità. Il risultato del residuo zero lo posso ottenere seguendo diverse strade: noi combiniamo il massimo della tecnologia disponibile sul mercato, la chimica, i funghi e gli insetti antagonisti».

I meloni a residuo zero sono in produzione da due anni e già presenti in alcuni supermercati, ma il progetto è ancora sperimentale. L’azienda di Lorenzo è la capofila, e in tutto il Viadanese gli ettari sono una ventina. «L’idea, però, è di tramutare quanto facciamo in uno standard di lavoro. Ci vorranno cinque anni per arrivare a una produzione su larga scala e per capire la collocazione economica di questi prodotti». Servono tempo e ricerca: l’Op, con un investimento di 150mila euro, finanzia un progetto di ricerca dell’università di Bologna che studia la biodegradabilità dei prodotti chimici. Per la sostenibilità economica, invece, occorre aspettare la risposta del mercato: per ora questi meloni strappano 20 o 30 centesimi al chilo più dei meloni normali.

Stefano Trivini, 29enne di Cavriana, ha studiato agraria a Milano, e nel 2015 ha deciso di mettere a frutto i suoi studi e i terreni di famiglia. Ma senza cedere alla tentazione della vite, molto diffusa in collina. Ha cominciato ad allevare api. «I primi anni ho provato ad allevarle tutto l’anno qui sulle colline, ma poi ho capito che nei mesi estivi non riuscivano a produrre miele. Così ho spostato le arnie prima verso il Mincio e poi sulle isole del Po, tra Borgoforte e Suzzara».

L’idea, già sperimentata anni fa con il progetto Mieli del Po, ha origini molte antiche: nei testi latini si parla dell’apicoltura nomade dei Romani, che portavano le loro api a trascorrere l’estate sul fiume. «Lungo l’asta del Po ci sono particolari specie di piante che permettono la sopravvivenza degli insetti anche in luglio e agosto, quando la pianura diventa un inferno anche a causa dei trattamenti con gli insetticidi. Qui sulle isole trovano cibo e rifugio».

Per portare le api in vacanza, Stefano sposta gli alveari con le barche, trecento alveari che consentono di produrre 30 quintali di miele. Il miele che viene prodotto così, con questa sorta di transumanza all’incontrario, è il “Millefiori delle isole del Po”. D’inverno, invece, l’azienda produce il "Miele d’acacia delle colline Moreniche del Garda”.

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