Il Politecnico di Mantova fa boom e incalza: «Le aziende finanzino le borse»

Record di richieste e studenti da tutto il mondo per il corso in lingua inglese. L’appello del prorettore: «Mantova può diventare un laboratorio di ricerca»

MANTOVA. «Si inizia alla grande». Il vento dell’ottimismo soffia nelle vele del prorettore del Politecnico, Federico Bucci, che il 26 settembre terrà la sua prima lezione del nuovo anno accademico. In veste di prof. Agli studenti racconterà della cultura architettonica italiana del ’900, dall’estetica razionalista del fascismo alla ricostruzione democratica, con il bagaglio di ansie e problemi che ogni paese distrutto dalla guerra si trascina appresso.

A incoraggiare l’ottimismo sono i numeri, le 356 richieste d’ammissione al corso di laurea magistrale in lingua inglese “Architectural design and history” a fronte degli 80 posti programmati, con 37 matricole internazionali da Libano, Colombia, Montenegro, Cina, Turchia, Germania, Messico, Russia, Canada, India, Iran, Sudan, Brasile, Ecuador e Regno Unito. Geografia larga e colorata che dilata i confini della piccola provincia proiettandola nel mondo, ma senza snaturarla. Al contrario, esaltandone l’identità e la storia, le caratteristiche che fanno di Mantova un modello di studio non replicabile altrove.

Per Bucci, al suo ottavo anno da prorettore, i numeri confermano la forza di un’idea che ha intercettato «le esigenze delle giovani generazioni e anticipato le opportunità dell’economia del futuro». L’intuizione vincente è stata quella di pensare a come progettare il nuovo dentro all’antico, spinta più in là dai prof stranieri che hanno fatto di Mantova un laboratorio ideale per affrontare questi temi. Sotto l’insegna del Politecnico di Milano, punto di riferimento assoluto nella formazione tecnico-scientifica.

Insomma, va tutto a meraviglia, se non fosse per la fatica che il prorettore ancora segnala nel far passare il messaggio che l’investimento nella formazione universitaria è a lungo termine. «Le relazioni con il territorio sono buone – premette Bucci – ma c’è il problema delle borse di dottorato, che non si riesce proprio a far finanziare. Le aziende vogliono ingegneri, ma non si capisce perché una città come Mantova, alle prese con il problema di far abitare le sue architetture storiche, non possa essere al centro dell’attenzione del mondo imprenditoriale. Noi siamo sempre dell’idea che Mantova possa diventare un laboratorio per inventare nuovi materiali per l’edilizia e l’architettura, per la resa della smart city». Per una borsa basterebbero 75mila euro diluiti in tre anni.

Una piccola, grande smagliatura, questa delle borse di dottorato, che garantirebbero un ritorno sul territorio delle competenze apprese sul filo teso tra passato e presente. Ma il tessuto resta sano e robusto. «Da quando abbiamo introdotto l’offerta dei corsi in lingua inglese c’è stato un cambio sia della didattica sia della popolazione studentesca – riferisce il prorettore – Grazie alla sedimentazione del confronto, gli studenti del territorio hanno riscoperto Mantova come luogo internazionale, e gli studenti internazionali hanno dato a Mantova un valore globale, che la città ha declinato secondo le proprie tradizioni».

L’imperativo resta quello d’infrangere la bolla d’isolamento, sempre in agguato, e svecchiare un po’ la provincia. Come? Dilatando l’orario di apertura della sede universitaria fino a mezzanotte, organizzando qualche festa e apparecchiando scambi culinari. Anche questa è internazionalizzazione.

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