Con gli indigeni nell’Amazzonia ferita: «Il clima impazzito una tragedia immane»

Da dodici anni il mantovano Corrado Dalmonego vive nella Missione Catrimani. Indice puntato contro Bolsonaro: «Autoritario e anticostituzionale»

MANTOVA. A chi gli domanda come si possa vivere senz’acqua né elettricità, risponde che ci sono il fiume, il fuoco e le stelle. Della foresta racconta che amplifica i sensi, sollecitandoli con i suoni, gli odori, la luce che filtra dagli alberi: «E nella foresta ti senti così piccolo, una scheggia insignificante nel mezzo di un tutto». Un’emozione che deraglia dal binario dello smarrimento per sedimentare in consapevolezza: «Alla fine ti senti parte di quel tutto».

Un tutto largo nove milioni di ettari e 290 comunità: tanto misura l’Amazzonia brasiliana, minacciata oggi più che mai dall’uomo che ha sballato il clima, appicca incendi, scava, taglia, calpesta. Incoraggiato dall’autoritarismo ignorante del presidentissimo Bolsonaro che, «a differenza di Trump, non si lascia orientare nemmeno dalle reazioni del mercato». È in questo “tutto” fragile e aggredito che da dodici anni vive padre Corrado Dalmonego, mantovano di Sant’Antonio.

Individuo e comunità

Non c’è un prima e un dopo nella traiettoria di Corrado, 43 anni indossati su un viso pulito. Il diploma all’Itis e il lavoro alla centrale elettrica di Ostiglia corrono paralleli all’animazione in parrocchia, l’impegno nel commercio equosolidale, l’obiezione di coscienza e il servizio civile, il seminario e l’abbraccio della famiglia dei missionari della Consolata (a Torino). La sua prima volta in Amazzonia, nella missione Catrimani, al confine con il Venezuela, risale al 2002, per un periodo di un anno.

«Cosa mi porto dentro da quella prima volta? L’immagine della grande casa comunitaria che identifica i villaggi yanomami – risponde Dalmonego – La casa è inserita nella foresta e costruita con i suoi materiali, il legno e la paglia, dopo dieci anni si distrugge o si abbandona. In questo senso la casa comunitaria è come uno specchio che racconta della provvisorietà della vita e dell’impatto sull’ambiente».

Le foto mostrano un costruzione circolare, un anello coperto che si sviluppa attorno a una cortile all’aperto: qui vivono le famiglie, con le loro amache per dormire e il fuoco per scaldarsi e cucinare: «La privacy è comunitaria, non individuale, e la casa definisce un microcosmo, un teatro di vita». Corrado è attento a non accreditare l’immagine dei buoni selvaggi né a ridurre la complessità dell’Amazzonia, che esige di essere raccontata per quello che è, per la sua «grande socio-biodeversità». Senza la freddezza scientifica dell’etnologo, con l’empatia di chi ha imparato la lingua e si è guadagnato la fiducia degli yanomami. In questo senso la Missione Catrimani (dal nome del fiume) ha segnato una rivoluzione.



La Missione Catrimani

Fondata nel 1965, sull’onda del Concilio Vaticano II, la Missione Catrimani ha rottamato il vecchio impianto colonialista, governato dall’imperativo dell’evangelizzazione, per un modello «impostato sul dialogo, la relazione, la convivenza, la solidarietà, la difesa dei diritti degli yanomami, il diritto alla terra, alla salute, alla cultura, alla differenza». Modello del quale si riconosce finalmente il valore, dopo decenni di marginalità, grazie a una congiuntura felice che testimonia un cambio di sensibilità. A partire dall’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, con il suo paradigma dell’ecologia integrale, fino al Right Livelihood Award (il Nobel alternativo) assegnato l’altro ieri allo sciamano yanomami Davi Kopenawa (già ospite di Festivaletteratura), e al Sinodo sull’Amazzonia, in programma dal 6 al 27 ottobre, al quale padre Dalmonego parteciperà come uditore.

Bolsonaro

Alla nuova sensibilità della Chiesa e della società tutta, anche sulla scia mediatica di Greta Thunberg, fa muro la cecità di Jair Bolsonaro, che davanti all’assemblea dell’Onu ha tuonato: «L’Amazzonia non è un patrimonio dell’umanità», rivendicando il diritto sovrano a gestire la questione come meglio crede. Peggio, facendosi interprete della presunta volontà degli indigeni di «puntare allo sviluppo, per poter essere liberati dalle catene».

«L’Amazzonia è patrimonio dei popoli che l’abitano, titolari di un diritto ancestrale ribadito dalla Costituzione del 1988» ribatte Corrado, stigmatizzando l’arroganza e l’ignoranza di Bolsonaro, mosso unicamente dalla prospettiva dello sfruttamento minerario delle terre indigene. E gli yanomami? «Si muovono tra le opposte scuole di pensiero di chi vorrebbe conservare e chi, invece, sfruttare. I cambiamenti climatici? Hanno già minato la sovranità alimentare. È una tragedia immane, bisogna proteggere la terra per difendere il popolo. E viceversa».

Il libro

Della Missione Catrimani Dalmonego ha scritto con il giornalista Paolo Moiola nel libro “Nohimayu – L’incontro” con fotografie di Claudia Andujar e Carlo Zacquini (Editrice missionaria italiana), che il 27 ottobre sarà presentato a Mantova. «Non è un libro sugli yanomami – ripete l’autore – parla d’incontro, convivenza, missione, difesa della casa comune e diritti». Parla di noi, e dell’anello delle nostre vite.

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