Costi troppo alti e prezzi bassi: Confagri lancia l’allarme mais

Tra le cause della crisi le piogge di maggio: in un anno persi 332 euro a ettaro. Begnoni: «Il settore è in agonia, senza un cambio di rotta si rischia il disastro» 

MANTOVA. Calano le quantità, e nonostante questo i prezzi non decollano. Aumentano, però, i costi di produzione. A lanciare l’allarme per un mais «con l’acqua alla gola» è Confagricoltura. «Il settore è in agonia, occorre un deciso cambio di rotta o le conseguenze potrebbero essere pesanti» dice Roberto Begnoni, presidente della sezione cereali dell’associazione.

Nel 2019, il granoturco ha vissuto un’annata negativa, con produzioni in calo del 20% per il trinciato e del 15% per la granella. Il motivo è da ricercarsi principalmente nelle forti piogge di maggio, che hanno rallentato la crescita delle piante, soprattutto su terreni pesanti e argillosi. Il problema è che, assieme ai quantitativi, sono calati anche i prezzi, giù del 3,5% rispetto al 2018, con una media di 169 euro alla tonnellata contro i 175 di un anno fa. Per contro, i costi di produzione sono aumentati, perché nel 2018 si sono fatte in media tre irrigazioni, mentre quest’anno siamo stati sulle quattro. Quanto si è perso, quindi, in valore? La risposta la fornisce uno studio elaborato dall’ufficio tecnico di Confagricoltura.

Nel 2018, in media, si è registrata una produzione di 13 tonnellate per ettaro, con un ricavo di 175 euro alla tonnellata pari a 2.275 euro per ettaro. Nel 2019, invece, con una produzione media di 11,5 tonnellate per ettaro (e un ricavo di 169 euro per tonnellata), si è scesi a 1.943 euro a ettaro. La perdita netta, dunque, è stata pari a 332 euro a ettaro: «Il mais è da sempre coltura fondamentale per la nostra provincia – spiega Begnoni – è la base per le nostre Dop e ha grandi benefici ambientali, con un ettaro di mais che assorbe il doppio della CO2 rispetto a un ettaro di bosco.

Di questo passo però, con questi prezzi, i produttori cesseranno di seminare. Nutriamo quindi serie preoccupazioni per la sopravvivenza del circuito delle Dop, dato che le norme comunitarie impongono che metà dei cereali debba provenire dalla zona di origine, e in Italia siamo già alla soglia del 50% di autosufficienza. Chiediamo al governo di riaprire il tavolo ministeriale sul mais, che con il precedente esecutivo stava funzionando bene, e ai produttori di mangimi e agli allevatori di rendersi conto che così non si può andare avanti».

Serve attenzione anche a ciò che viene importato: «Lo scorso 8 agosto si è verificato un grave incidente nucleare in Russia. Sappiamo che sono stati rilevati livelli di radiazioni molto più alti del normale nei giorni successivi. La cosa ci preoccupa perché molte materie prime agroalimentari che importiamo arrivano da quelle zone e dall’est Europa, e non sappiamo cosa realmente arrivi nei nostri confini. Questo riguarda soprattutto i cereali. Che senso ha far rispettare ai nostri produttori parametri giustamente ferrei e poi importare mais e grano meno controllati dei nostri? In questa maniera i consumatori non vengono tutelati». —

 

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