I tentacoli delle mafie nel carrello della spesa, il racconto di Ciconte

Molto partecipato l'incontro del festival di Gazoldo "Raccontiamoci le mafie"

GAZOLDO. I tentacoli della criminalità organizzata si insinuano nella filiera alimentare e nutrono un mercato che porta in tavola i frutti dello sfruttamento. Dal municipio di Gazoldo, dove è in corso la rassegna “Raccontiamoci le mafie”, Fabio Ciconte, direttore dell’associazione “Terra!” Onlus e Marco Omizzolo, ricercatore Eurispes recentemente insignito dell’onorificenza al Merito della Repubblica, puntano i riflettori sui rapporti tra criminalità organizzata e alimentazione. Il dibattito, presentato dal giornalista Lorenzo Frigerio, prende spunto dalle pagine del libro “Il grande carrello”, scritto a quattro mani da Ciconte e Stefano Liberti.

Il saggio, frutto di una lunga inchiesta, fornisce risposte ad una domanda cruciale: chi decide cosa mangiamo? Se pensiate che il libero arbitrio regni sovrano tra le corsie del supermercato siete fuori strada, poiché dalle ricerche emerge che i consumatori sono spiati, un po’ come avviene nel romanzo “Il grande fratello” di George Orwell. «La grande distribuzione è un partito populista ante litteram, che per primo ha imparato ad intercettare gli umori della gente, per anticiparne desideri e ossessioni - spiega Ciconte – Basti pensare alla psicosi di massa che ha portato alla messa al bando dell’olio di palma». Il direttore di “Terra!” ha incontrato braccianti e imprenditori agricoli, amministratori delegati e addetti alle vendite, caporali e usurai e ha scoperto cosa si nasconde dietro ai cibi che portiamo in tavola. «Complice la crisi economica, che ha abbassato il potere di acquisto delle famiglie, il mercato dei discount è cresciuto a dismisura, costringendo i supermercati a stare al passo con sconti e offerte speciali. La corsa al sottocosto ha portato ad una drastica riduzione dei guadagni dei produttori. Da qui il caporalato». «Mi sono fatto arruolare da un caporale indiano e, per alcuni mesi, ho lavorato nelle campagne dell’Agro Pontino - racconta il ricercatore Marco Omizzolo - Ho visto braccianti provenienti del Punjab costretti a chiamare “padrone” il datore di lavoro e a mentire ai medici, per nascondere il luogo in cui si erano infortunati».

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