Mantova, accoltellò l’ex moglie con ventidue fendenti: condannato a nove anni

L'aggressione fuori dalla sede della Cgil. Il giudice ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione nei confronti del coniuge

MANTOVA. Nove anni e cinque mesi di reclusione: è la condanna inflitta dal giudice Beatrice Bergamasco a Tafa Artan l’operaio 48enne di Suzzara, accusato di tentato omicidio della ex moglie. Il gip ha riconosciuto le aggravanti della premeditazione e di aver commesso il reato nei confronti dell’ex coniuge. Nell’udienza precedente il pubblico ministero aveva chiesto quattordici anni di reclusione, mentre la parte civile un risarcimento di 375mila euro.

Il giudice, il 2 ottobre, ha disposto un provvisionale di 10mila euro. L’uomo, difeso dall’avvocato Luca Faccin e che si trova in carcere, non ha voluto essere presente in udienza. Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 45 giorni. Lo scorso 25 marzo colpì l’ex moglie con ventidue coltellate, una delle quali avrebbe potuto essere letale perché sferrata all’altezza del collo. L’uomo, a suo tempo, aveva raccontato al giudice di aver tentato, quel giorno, di togliersi la vita per due volte e di non aver avuto intenzione di uccidere la moglie: in caso contrario, disse, non avrebbe fallito.

L’accusa sostiene che lui l’abbia seguita mentre andava alla Cgil ad informarsi sugli alimenti perché voleva un aumento dell’assegno di mantenimento dei figli. E sarebbero stati proprio i soldi pretesi dalla donna dopo la separazione a far scattare la violenta reazione dell’uomo. Il 48enne ha quindi aspettato che la ex uscisse dalla sede del sindacato per poi scendere dall’auto e avvicinarla. A quel punto è nata una discussione. Lui l’ha presa a calci e pugni.

La donna è caduta a terra e l’uomo, a cavalcioni su di lei, ha tirato fuori il coltello cominciando a colpirla. Ventidue fendenti in diverse parti del corpo, uno vicino alla gola. Tre persone hanno assistito alla scena e per fortuna sono intervenuti. In particolare Enrico Donà, titolare di una vicina palestra, è riuscito ad allontanare l’uomo. Quest’ultimo ha provato a fuggire, ma Donà lo ha inseguito mentre l’accoltellatore gli intimava di andarsene.

A un tratto il primo tentativo di suicidio: si è conficcato la lama nello sterno, per poi gettarla. Nella fuga ha perso anche una scarpa. Quindi un nuovo tentativo di suicidio: si è tolto i lacci della scarpa rimasta e se l’è annodata attorno al collo con l’intenzione di strozzarsi. In quel momento sono arrivati i carabinieri che lo hanno bloccato e arrestato. Ricoverato al Poma, una volta dimesso è finito direttamente in carcere.
 

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