Riassunta dal tribunale, l’azienda: ora ricorso

Inserita in una casa protetta non ha giustificato l’assenza L’avvocato: non ha mai fornito documentazione all’impresa

MANTOVA. Licenziata per assenza ingiustificata, mentre era ospitata in una struttura protetta per aver subito un pestaggio dal suo compagno l’8 marzo. Il giudice del lavoro le aveva dato ragione e con un’ordinanza aveva imposto la riassunzione da parte dell’azienda e il risarcimento per gli stipendi non ricevuti. Ma la ditta non ci sta e i suoi avvocati si stanno preparando a fare ricorso.



Primo passo un’opposizione al Tribunale. «Ma siamo pronti ad andare all’Appello e, se necessario, fino alla Cassazione, perché riteniamo il licenziamento assolutamente legittimo» spiega l’avvocato Giovanna Riviera, legale dell’azienda (che non citiamo a tutela della donna vittima di violenza). «Siamo consapevoli di ciò che la signora ha subito – premette la legale – volendo si sarebbe potuto arrivare aduna soluzione fuori dalle aule di un tribunale». La dipendente avrebbe potuto presentare dopo il licenziamento (avvenuto dopo una quarantina di giorni di assenza), una documentata giustificazione tardiva, istituto che «per legge avrebbe dato 15 giorni di tempo all’azienda per valutare la revoca del licenziamento. «E assicuro – dice l’avvocato – che la revoca sarebbe arrivata. Perché è vero che la donna è stata in struttura ma non lo ha mai comunicato per iscritto, come prevede la legge».

«Innanzitutto mi preme precisare che l’azienda aveva già affrontato un processo per licenziamento, ma ha vinto il ricorso in appello – premette – per quanto concerne, invece, il contenzioso con la signora, vanno precisati alcuni punti fondamentali. L’azienda non ha mai avuto documenti che attestassero che la dipendente era in struttura. Solo successivamente, addirittura il primo agosto, abbiamo appreso che la signora era già in struttura il 20 marzo, che l’inizio ufficiale della protezione è iniziato il 4 aprile con valenza di 90 giorni. Ma quando è iniziata l’assenza l’azienda ha ricevuto solo telefonate. Fino al 16 marzo è stata in malattia e fino al 30 ha usufruito di permessi. Ma a quel punto occorreva la documentazione della procedura di protezione, L’avvocato che allora la sosteneva non ha mai mandato documentazione scritta, nonostante avesse garantito telefonicamente che lo avrebbe fatto. Inoltre ha chiesto l’indennità all’Inps, quando era all’azienda che doveva richiederla. L’azienda non è mai stata informata di quando avrebbe ripreso il lavoro».

«A partire dall’inizio di aprile la sua era a tutti gli effetti un’assenza ingiustificata – prosegue l’avvocato – Abbiamo atteso 11 giorni prima di mandare la contestazione disciplinare. Il contratto nazionale di lavoro prevede che il dipendente comunichi eventuali cambiamenti di domicilio. Ma questo non è stato fatto. La sua residenza era nota a due avvocati e all’Inps ma non all’azienda. Abbiamo spedito la lettera alla sua abitazione, ma soltanto il 26 aprile la signora ha utilizzato il sistema Seguimi delle poste fornendo l’indirizzo del fratello. Ma non c’è stata nessuna risposta alla contestazione disciplinare. Solo il 16 maggio è scattato il licenziamento». —


 

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