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Una mantovana racconta il suo Kurdistan: «Erdogan va fermato, pronto un genocidio»

Camilla Brancolini è stata più volte nei territori la cui sorte è al centro del dibattito internazionale: «Popolo da tutelare» 

MANTOVA. «Ho toccato con mano la bellezza dell’alternativa, della giustizia, dell’ambientalismo. Quello che sta accadendo in questi giorni dopo il ritiro delle truppe americane dalla Siria concede totale libertà a Erdogan di ricostruire lo scacchiere mediorientale a sua immagine e somiglianza. Lasciare da soli i curdi del Rojava significa cancellare la storia ed essere testimoni silenziosi di un genocidio, perché di genocidio si tratta». Camilla Brancolini, 28enne mantovana, esperta in economia sociale, del terzo settore e delle imprese no profit, per alcuni mesi ha vissuto in quei territori la cui sorte è da giorni al centro del dibattito internazionale.

La Brancolini è stata in Kurdistan per la prima volta nel 2011, nella regione del sud est dell’Anatolia. «E in quell’occasione mi sembrava di essere sbarcata in un’isola felice dove le città erano snodi di culture e di religioni diverse». Nei due anni successivi, però, iniziò una massiccia repressione della popolazione curda: insegnanti dell’ovest della Turchia vennero mandate a lavorare nelle scuole del Kurdistan turco, fu vietato l’utilizzo della lingua kurmanji, spuntarono come funghi posti di blocco dell’esercito di Erdogan. Le discriminazioni nei confronti della popolazione locale, insieme all’arrivo massiccio di turchi nell’area, erano chiari segnali del piano di Ankara che puntava a una vera e propria sostituzione etnica. Le milizie armate del Pkk, Ypg (uomini) e Ypj (donne), a quel punto presero le armi e iniziarono a difendersi.



«Sono tornata per fare ricerca nel 2016 – dice ancora la 28enne – e lo scenario era quello di una qualsiasi guerra. Città millenarie come Diyarbakir rase al suolo: il centro sotto assedio da parte delle milizie del Pkk, mentre tutto attorno era schierato l’esercito turco. Ogni sera tornavamo a casa per il coprifuoco, poco prima che i droni dell’esercito turco bombardassero il centro. Personalmente è difficile spiegare cosa ho visto e cosa ho vissuto, ma le immagini di Berlino nel ’45 possono rendere l’idea».

«I curdi di Turchia, come successo anche in Rojava – racconta Camilla – hanno creato un parlamento, il Dtk, formato da diverse commissioni (giustizia, istruzione, agricoltura, politiche di genere). Si tratta di una forma di liberazione dall’oppressione nata dal basso e il sistema funzionava. Sono stata in cooperative agricole, fabbriche rilevate da donne, negozi autogestiti. Il metodo turco prevede la cancellazione dell’identità curda attraverso la rimozione degli spazi comuni e la costruzione di imponenti dighe sul fiume Eufrate, in modo da sommergere interi villaggi e costringere la popolazione a vivere in vere e proprie cattedrali nel deserto pensate per un completo scambio di popolazione».

Più le esperienze curde puntano sull’uguaglianza, il rispetto dell’ambiente, la libertà e la tolleranza, più il governo centrale esclude le donne dalle posizioni di potere, imprigiona i leader politici, devasta l’ambiente e la memoria. I curdi, però, sono resistenti per antonomasia. Ciò che accadrà nei prossimi mesi al momento non è dato saperlo. Di certo c’è che senza un intervento della comunità internazionale, i curdi subiranno un inesorabile massacro. «Prendere le parti della popolazione curda è un atto dovuto» conclude la Brancolini.

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