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Maestre in bilico, Lorenza racconta: «Io, beffata dalla burocrazia»

Prima il diploma sbagliato, poi la nuova laurea. E adesso s’affaccia l’incubo del licenziamento

Igor Cipollina
2 minuti di lettura

MANTOVA. Altro che “Il processo”: nelle mani di Kafka la materia viva di questa storia piena di tornanti sarebbe diventata un’allegoria potentissima della burocrazia italiana che tutto soffoca. Pure la scuola. Delle 350 maestre diplomate mantovane a rischio licenziamento, dopo l’ultima sentenza del Consiglio di Stato, la Gazzetta ha scritto. Ma i numeri sono freddi, ecco allora l’avventura della maestra Lorenza a restituire la dimensione umana di una vicenda che non si esaurisce nella cronaca, ma interroga il futuro e sollecita una riflessione sulla cultura dell’infanzia. Vicenda esemplare e singolarissima, questa di Lorenza, che, per pudore, preferisce sia omesso il cognome, anche se trent’anni di lavoro la rendono riconoscibilissima. A fare della sua storia una perfetta trama kafkiana è la rincorsa della burocrazia, troppo mutevole per farsi acchiappare. Quando per insegnare serviva il diploma magistrale, Lorenza non ha potuto spendere la laurea in pedagogia. E quando, da privatista, ha finalmente preso il diploma giusto, la burocrazia l’ha seminata un’altra volta con l’obbligo della laurea in scienze della formazione. Alla fine Lorenza si è pure inguaiata da sola, passando da una materna comunale a una statale.

Al principio di tutto c’è la scelta della scuola superiore: a orientare la figlia verso il liceo linguistico sono i genitori. La facoltà di pedagogia risponde invece a una «scelta di passione» come racconta la stessa Lorenza, che si laurea con una tesi in neuropsichiatria infantile. Al nido ci entra da formatrice, sviluppando proprio la materia della sua tesi. Però è un ingresso precario, senza il diploma magistrale non c’è prospettiva alcuna. L’opportunità arriva con un bando comunale per educatrici nei nidi: Lorenza concentra in sei settimane il percorso di 5 anni necessario a ottenere il diploma di assistente di comunità infantile (requisito obbligatorio) e la spunta.

Il diploma magistrale, invece, deve sudarselo per passare dal nido Chaplin alla materna Ferrari (sempre comunale). Nel frattempo Lorenza riesce comunque a ritagliarsi del tempo per continuare la ricerca sull’infanzia e la relazione empatica su cui poggia. «Una parte di me vuole ancora giocare, ho sempre il piacere di sentire le cose con i sensi» racconta la maestra, che l’infanzia l’ha passata immersa nella natura, tra l’erba, il fango e i sassi. Il diploma magistrale la proietta nelle graduatorie statali, il ricorso per accedere al ruolo (anche senza la laurea in scienze della formazione) è del 2016, come il salto nella materna statale, perché il contratto è più solido e conveniente. Lorenza è sì nel mucchio delle 350 colleghe a rischio, però si è mossa per tempo, vincendo il concorso “salva precari” del 2018. Altra beffa, perché adesso potrebbe essere assegnata a Sondrio, il che, di fatto, equivarrebbe a un licenziamento. La morale? «Non sono orgogliosa di vivere in un Paese che non dà dignità a chi s’impegna nel lavoro». Vedi alla voce “Italia”.
 

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