Il Grana minacciato dai dazi: negli Usa volano le vendite

I commercianti statunitensi fanno scorta in attesa degli aumenti di prezzo. Stesso trend in Gran Bretagna: a spingerlo le incertezze legate alla Brexit 

MANTOVA. Un attacco su più fronti al formaggio Dop più venduto al mondo tra dazi e tentativi di imitazione. Un formaggio che ha nella nostra provincia il luogo più importante legato alla produzione. Sfide e minacce per il Grana Padano che sono state al centro dell'incontro del ciclo dei 'Giovedì dell'agroalimentare', serie di convegni curati da Fondazione Istituto tecnico superiore per l'agroalimentare sostenibile-Territorio di Mantova, Camera di Commercio e Confcooperative.

A fare il punto sulla situazione ieri mattina al Mamu è stato Alessandro Chiarini del Consorzio Tutela Grana Padano. Centrale il tema dei dazi applicati dagli Stati Uniti nei confronti dei prodotti europei. Dazi aggiuntivi applicati dal 18 ottobre e che per i prodotti agroalimentari ammontano al 25% del valore. In attesa della loro entrata in vigore, nelle scorse settimane si è registrata un'impennata delle esportazioni di Grana Padano verso gli Stati Uniti. «Un incremento abnorme – ha sottolineato Chiarini – in Usa è stata fatta grande scorta del prodotto visto il timore dell'aumento del prezzo. Un aumento tale che nei dati export più recenti togliamo il numero relativo agli Stati Uniti proprio perché segnato da queste scorte imponenti. Una dinamica simile, anche se in misura minore, si sta verificando in Gran Bretagna per i timori legati alla Brexit. Vedremo quali saranno le ripercussioni nel futuro prossimo, ma l'idea è che i consumatori statunitensi che già sceglievano il Grana Padano non dovrebbero abbandonarlo per comprare prodotti locali».


Stati Uniti (154mila forme nel 2018) e Gran Bretagna (125mila) sono due dei mercati più importanti per il Grana Padano. Occupano il quarto e il quinto posto nella classifica dell'export, dietro Germania, Francia e Benelux. Il paradosso è che i dazi Usa potrebbero addirittura favorire alcune nostre esportazioni. «Sono applicati sui vini francesi e non su quelli italiani. Stesso discorso per l'olio spagnolo, a differenza di quello italiano. Alcune ricerche indicano che per l'export italiano in generale il quadro finale potrebbe essere positivo».

In ambito nazionale e comunitario due sono i timori principali. Uno è il tema dell'evocazione, concetto simile ma differente rispetto all'imitazione o alla contraffazione. Un caso può essere l'utilizzo di segni e figure simili al prodotto Dop. L'inquadramento del termine è, però, ancora allo stato iniziale e l'applicazione delle sanzioni previste ancora marginale. Altro tema è quello dell'affiancamento dei prodotti Dop sugli scaffali della grande distribuzione a similari generici.

«Molti acquisti vengono fatti per confusione e nel convincimento di acquistare prodotti Dop. Andrebbe poi contrastato il fenomeno delle aste online al ribasso come modalità di aggiudicazione delle forniture da parte della grande distribuzione organizzata». A livello extra Ue, preoccupa il fatto che le norme a presidio e tutela delle denominazioni che sono in vigore in Italia e all'interno dell'Ue trovino applicazione solo nella misura in cui vengono recepite nel contesto degli accordi di libero scambio che l'Unione Europea sta definendo e concludendo con Paesi terzi. «La tutela effettiva e piena delle Dop rischia di diventare merce di scambio, risultando sacrificata in termini di pienezza ed effettività dalle concessioni che l'Ue potrebbe fare alle controparti». La richiesta dei Consorzi di tutela è di un maggiore e più tempestivo coinvolgimento da parte della Commissione nel corso della definizione degli accordi. —

 

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