Contenuto riservato agli abbonati

Blitz antidroga a Torino: arrestato a Mantova uno dei narcotrafficanti

Carlo Pezzo, 38 anni, uno dei referenti della sala slot e del bar di viale Partigiani chiusi con interdittiva antimafia, è ritenuto dagli inquirenti un membro della cosca calabrese

MANTOVA. Il 38enne Carlo Pezzo, uno dei referenti della sala slot e del bar di viale Partigiani, chiusi dallo scorso aprile perché colpiti dall’interdittiva antimafia, emessa dalla prefettura dopo le indagini della questura coordinate da Paolo Sartori, è uno dei 71 arrestati nell’ambito dell’operazione Cerbero, il maxi blitz contro la ’ndrangheta dei carabinieri e della Guardia di finanza di Torino.

Gli arrestati sono considerati appartenenti alle locali di Volpiano e San Giusto Canavese, con accuse pesantissime: associazione di tipo mafioso e traffico internazionale di droga, con l’aggravante della finalità mafiosa. Durante l’operazione sono stati sequestrati oltre 80 chili di droga tra hashish, marijuana e cocaina, 46mila euro in contanti, beni mobili e immobili, una palestra a Volpiano, conti correnti e quote societarie. Le manette sono scattate a Torino e nell’hinterland del capoluogo piemontese ma anche a Milano, Reggio Calabria, Catania e Mantova, dove Pezzo, originario di Vibo Valentia, abita in strada Gambarara. Lì è stato preso con il supporto dei carabinieri del nucleo investigativo.


I trafficanti, strutturati in due diverse organizzazioni, avevano contatti e interessi anche a livello internazionale, in Spagna e Brasile.

Gli investigatori hanno svelato l’organigramma delle locali di Volpiano e San Giusto Canavese, facenti capo rispettivamente alle famiglie Agresta e Assisi, operanti nella provincia del capoluogo piemontese. Per tre componenti degli Assisi, tutti latitanti, le porte del carcere si sono aperte nel corso delle indagini: i militari hanno bloccato Pasquale Michael Assisi a Torino, il 3 maggio del 2017, mentre i figli Nicola e Patrick, inseriti della lista dei latitanti pericolosi, sono stati individuati a San Paolo in Brasile lo scorso 8 luglio. La droga arrivava da diversi canali: l’hashish dalla Spagna e la cocaina dai porti del Nord Europa. Lo stupefacente faceva poi capo a Volpiano e nel quartiere di Barriera di Milano a Torino e i guadagni venivano reimpiegati in diverse attività: dal noleggio di slot machine alla commercializzazione del caffè e raccolta di scommesse.

Per eludere i controlli le aziende erano intestate in modo fittizio a prestanomi. Si tratta di esercizi commerciali legali solo di facciata, ma nei fatti vero e proprio «strumento delle cosche utile per infiltrarsi nel territorio, aggregare, conoscere e anche raggiungere soggetti di livello per ampliare le relazioni», spiega il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho. In questo quadro, l’imprenditore trapiantato a Mantova è ritenuto una figura di primo piano nel narcotraffico. “Carletto, quello di Mantova”, come lo chiamano i sodali intercettati, era addetto a procacciare clienti danarosi in Lombardia, garantendo un flusso di entrate continuo nelle casse del sodalizio criminale, di cui, secondo gli investigatori, conosceva e condivideva gli obiettivi.

A dipingere il ruolo di Pezzo è stato per primo Domenico Agresta, in carcere per omicidio, collaboratore di giustizia che ha permesso con le sue dichiarazioni di capire ancora meglio l’intricato mondo e gli equilibri delle cosche e dei suoi aderenti, che nell’asse tra la Calabria e il Nord, oggi si muovono come una holding, che ha riferimenti in ogni luogo. L’imprenditore appare con una caratura criminale di tutto rispetto, molto attivo nel traffico di droga, soprattutto cocaina, legato a elementi di spicco della ’ndrangheta calabrese, in particolare con esponenti della famiglia Bonavota, con cui gestiva un locale in Piemonte. Compagno di cella tra il 2007 e il 2009 di un pezzo grosso della gang, lui stesso ha preso lo “sgarro” ed è stato insignito, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, del grado di “camorrista”.

Le indagini della Questura si erano concentrate su due società a responsabilità limitata semplificata (Srls), la Strike e la Seven, titolari delle licenze dei locali di viale Partigiani. Ditte giudicate a rischio perché alcune persone che facevano parte della società, risultavano avere avuto contatti o essere vicine a esponenti della criminalità organizzata.


 

Video del giorno

Mantova: in 800 per dire addio al dottor De Donno

La guida allo shopping del Gruppo Gedi