Giovani, stranieri e sottopagati: la foto dei rider mantovani

Nidil Cgil ha censito i lavoratori in bicicletta della gig economy: sono un centinaio. Per il 50% è la prima attività. Il sindacato: «Applicare il contratto della logistica»

MANTOVA. C’erano una volta i fattorini, subalterni ma con la dignità che l’italiano assegna e circoscrive. Poi vennero i pony express, lanciati nel traffico infernale delle metropoli, e le cose cominciarono a complicarsi. Fino a precipitare nello sfruttamento degli attuali rider, ché più l’identità della categoria si comprime (in inglese, poi) e maggiore è la fregatura. Dell’epica muscolare dei cavalieri nella tempesta e della libertà sfrontata dei motociclisti a stelle e strisce, questi rider poveracci non hanno proprio nulla: arrancano in bici per consegnare a domicilio cibo e bevande (soprattutto). Sono i sottoproletari della gig economy, l’economia dei lavoretti, altra fregatura in termini, come se una vita potesse reggersi in equilibro sulle mance. In provincia di Mantova se ne contano un centinaio, di questi cavalieri in bicicletta o scooter alle dipendenze delle multinazionali dell’e-commerce – come Glovo, Deliveroo, Presto Food, Just Eat e compagnia bella – e agli ordini della trentina di bar e ristoranti che offrono il servizio in provincia di Mantova.

A censirli ci ha pensato Nidil Cgil, la categoria che si occupa dei lavoratori atipici. Lo spaccato della provincia è allineato al quadro delle metropoli: per il 50% dei rider si tratta del primo lavoro, per il 40% della seconda attività necessaria ad arrotondare. La maggioranza è composta da lavoratori giovani e stranieri, mentre con l’aumentare dell’età si trovano più italiani. Le donne sono in netta minoranza. Gli studenti? Contrariamente al passato recente, e a quanto si possa credere, non sono graditi all’algoritmo su cui poggia l’app di riferimento perché, spendendo molto tempo a lezione e sui libri, non sono sempre pronti a correre per soddisfare gli ordini. I guadagni? Una miseria: 20/30 euro a serata, per un totale di 400/500 euro al mese.


«Ovviamente si tratta di numeri approssimativi, difficilmente misurabili – premette il segretario provinciale di Nidil Cgil, Ruggero Nalin – parliamo di lavoratori che si spaventano ad avvicinarsi al sindacato: sanno che se chiedono l’assunzione, o qualsiasi altro diritto, a chi li paga, non vengono più presi in considerazione». Vero, manifestazioni, flash mob e ricorsi hanno acceso i riflettori su un mondo spesso ignorato e sommerso, se non quando capita il fattaccio: l’ultimo a Messina, dove nelle scorse settimane è morto un rider. Ma dietro al fattaccio si allunga una scia di infortuni più o meno gravi che non vengono segnalati.

E poco importa che nella maggior parte dei casi sia un lavoro senza contratto e sottopagato, senza orari né garanzie per la salute e la sicurezza. Un lavoro moderno per tecnologia ma antiquato per dignità. «Il perimetro dentro al quale regolare diritti e tutele di questi lavoratori sono i contratti collettivi – osserva Nalin – Non a caso, nel nostro agire quotidiano abbiamo innovato la nostra contrattazione e inserito la figura del rider nel contratto della logistica. Condizione peraltro confermata da una sentenza di Torino». Il Governo, però, s’affanna a cercare altri strumenti contrattuali, per non parlare delle aziende, «che in questi mesi non hanno mai dimostrato la reale volontà di fare dei passi in avanti». Il paradosso estremo è che, in alcuni casi, i rider non sono neppure formalmente lavoratori, perché reclutati attraverso un contratto di trasporto nell’ambito di attività logistiche. Tradotto, il rider è considerato parte del viaggio e della merce da trasportare. L’oggettivazione definitiva.
 

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