Mantova,il Po si prende le golene aperte: via i residenti chiusi i ristoranti

Ma la gente non protesta: «Siamo ospiti a casa sua». E oggi le allerta arrivano via social e con internet

MANTOVA. Il fiume corre veloce. Si insinua fra i pioppeti, spinge sulle rive. Un mare d’acqua di quasi 9mila metri cubi che ogni secondo preme per scendere a valle. La pancia del fiume si allarga, invade le golene. Si prende quello che è suo. Boschi, pioppeti, campi coltivati. Uno dopo l’altro i segni dell’uomo scompaiono reclamati dal grande fiume, il padre Padus creatore e padrone della pianura padana. Lo sa la gente del fiume che teme e rispetta quell’acqua che dà vita ai campi e che a volte porta sconquasso nelle vite.

Mantova, fiumi in piena, chiuse le golene



È così per tutti quelli che vivono dentro le golene, in mezzo agli argini maestri, nella pancia del fiume, ieri raggiunti dalle ordinanze di sgombero ed evacuazione. Via, velocemente, portandosi ai piani alti o dai parenti. Smontando le cucine, gli impianti elettrici, i frigo dei ristoranti affacciati sul fiume.



Lo sa Dario Corradi, quasi cinquant’anni vissuti dentro il fiume a Borgoforte, nella trattoria ereditata dai genitori, la Bigiolla, che gestisce con la moglie. Quattro figli, una gran voglia di fare, e un amore smisurato per il Po. «Io sono un ospite del fiume. Sono in golena, a casa sua. Lo devo solo ringraziare perché sono ancora qui» ha sempre ripetuto a chi gli chiedeva se non provava rabbia tutte le volte che il fiume gli entrava nella trattoria. «Il fiume è potente, ma se vuole è gentile» ripete. L’acqua filtra lentamente sull’acciottolato del ristorante sino a circondare l’edificio. Lo sgombero disposto dal Comune di Borgo Virgilio riguarda anche la pizzeria Fate Vobis, che è accanto a lui, e Le terrazze sul Po a Scorzarolo.



A monte c’è l’osteria Da Bortolino che ha dovuto evacuare. Nel cuore della golena, in via al Ponte a Viadana, il ristorante con ostello ieri ha chiuso i battenti dopo l’ordinanza di evacuazione del sindaco. Smontando le parti più basse, portando via un po’ di suppellettili come accaduto anche cinque anni fa. Stessa cosa, a valle, l’ha fatta il ristorante Il Faro, a Portiolo di San Benedetto Po, mettendo sui tavoli la legna per evitare che si bagni, svuotando la cucina, trasferendo in alto un po’ di stoviglie e altri oggetti.



Scendendo verso valle, si incontrano lo storico ristorante Il Capitano, sotto il ponte di San Benedetto, ed il Vecchio Cornione, a Mirasole. Entrambi costruiti in zona più alta, sono stati allagati nel Duemila.

Tutto si ferma in attesa del passaggio della piena. Le attività economiche che vivono sul fiume, la pesca, la navigazione che è sospesa. Si attende e ci si prepara. I ristoranti lo hanno fatto per tempo. Gli impianti elettrici che scendono dall’alto e si possono tirare su, i frigo che si spostano su predelle rialzate, i serramenti smontabili. Dopo ogni piena si ricomincia. Si scrostano i muri, si ridipinge, si pulisce. Un lavoro che la gente del Po, che con il fiume ha un rapporto stretto, quasi intimo, fa da sempre. Ma oggi le allerta sono sempre più anticipate. Tempestive e precise. Grazie ai coordinamenti che sono nati nel tempo si è sempre meno colti di sorpresa. La gente di una certa età è abituata a guardare i “segni” del fiume per capire che sta crescendo e di quanto. Se è alimentato più dall’Appennino, quando è schiumoso o no. Se ha avuto una crescita improvvisa e trasporta tanti rami. Oggi ci sono i siti dell’Aipo, della Protezione civile, delle istituzioni. Ci sono le chat e i social che aggiornano ora per ora l’andamento. Ma nel fiume resta qualcosa che i computer non misurano: per tutti quelli che sono nati qui è più un padre, un fratello, un amico. Si soffre per lui e se ne ha rispetto. Perché il fiume è come la vita delle persone: scorre dalla sorgente alla foce. —


 

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