Cibo al minimo per i profughi: «Tagliati personale e servizi»

La Cgil punta il dito contro il decreto Sicurezza: lasciati a casa 300 operatori. Parla l’operatrice di un Centro: ho visto ospiti picchiarsi per un po’ di riso in più

MANTOVA. «Ho visto con i miei occhi due profughi ospiti del centro di accoglienza in cui lavoro picchiarsi per avere un po' di riso in più. E, come mi dicono alcuni colleghi, non è certo un caso isolato perché le quantità di cibo sono diminuite. Così come non è raro che spesso i profughi se la prendano con noi operatori per la mancanza di cibo o altri servizi diminuiti o spariti da quando i contributi statali sull'accoglienza sono stati drasticamente ridotti. Spesso abbiamo anche paura perché non sappiamo come possano reagire i casi problematici a cui è venuto a mancare anche il sostegno psicologico». A parlare è un'operatrice di una realtà che gestisce l'accoglienza in provincia di Mantova: la sua testimonianza è stata raccolta dalla Cgil di Mantova per denunciare gli effetti del decreto sicurezza, entrato in vigore con il precedente governo, che non si fermano alla drastica riduzione del numero di profughi accolti in provincia di Mantova. Le ricadute si sono viste sulla qualità dell'accoglienza e sull’occupazione visto che «da quando è entrato in vigore il decreto – dicono da via Altobelli – che ha ridotto risorse e servizi, nella nostra provincia sono stati persi circa 300 posti ». Per lo più si tratta di persone che lavoravano nelle cooperative che gestiscono i 47 Centri di accoglienza straordinari (Cas) diffusi sul nostro territorio.

«Possiamo affermare con certezza - spiega Magda Tomasini della Funzione Pubblica Cgil - che sono 130 le persone che hanno perso il lavoro. Molti di loro sono rientrati in due procedimenti di licenziamento collettivo: quello della cooperativa Olinda e quello della cooperativa Alce Nero. Con quest'ultima si è trovato un accordo in Regione, mentre con la prima la procedura di licenziamento è stata sospesa dopo il mancato accordo in Regione, ma i licenziamenti sono proseguiti ugualmente in modo individuale rimanendo nei termini mensili previsti dalla legge per non aprire una procedura di licenziamento collettivi. A questi 130 vanno poi aggiunti i dipendenti delle piccole cooperative scomparse dopo l'entrata in vigore del decreto sicurezza e i mancati rinnovi dei tempi determinati. Arriviamo così ai circa 300 posti di lavoro venuti meno nel settore». Oggi «abbiamo problemi in particolare con la cooperativa Olinda - prosegue Tomasini - per quanto riguarda l'erogazione degli stipendi, spesso in ritardo, con le diminuzioni orarie contrattuali unilaterali e il mancato rispetto del rinnovo contrattuale. La Funzione Pubblica non ha mai ritirato lo stato di agitazione nei confronti di questa cooperativa e se la situazione permane valuteremo altre azioni da intraprendere al fine di garantire i diritti ai lavoratori. Giusto precisarlo, perché non tutte le cooperative dell'accoglienza si comportano allo stesso modo».


Oggi i profughi accolti nel mantovano sono poco più della metà rispetto a tre anni fa quando il Paese si era trovato a gestire l’'emergenza sbarchi. «Questa diminuzione drastica dei profughi assistiti in provincia di Mantova - spiega Donata Negrini della segreteria Cgil - va di pari passo con la riduzione delle risorse che sta avendo ripercussioni molto negative sulla qualità dell'accoglienza. La cosiddetta “accoglienza essenziale”, ossia vitto e alloggio, è stata ridotta al minimo e già si vedono i primi effetti. Sono stati tolti anche servizi molto importanti per l'interazione dei migranti con il territorio e mi riferisco alla mediazione culturale, ai corsi di alfabetizzazione, ai trasporti e agli accompagnamenti. Questo è un sistema di accoglienza che non funziona». 
 

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