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Prezzi dei suini sempre più alti: l’industria dei salumi è in allerta

La peste degli animali in Cina ha fatto impennare la richiesta di prodotti italiani. Allevatori soddisfatti ma mercati preoccupati per il rischio di crollo dei consumi

Sabrina Pinardi
2 minuti di lettura

MANTOVA. L’industria dei salumi rischia grosso. E questo volta non per un calo improvviso dei consumi, ma per l’aumento del prezzo della materia prima. Un rincaro, provvidenziale per gli allevatori, dovuto alla peste suina in Cina, malattia molto contagiosa per gli animali ma non trasmissibile all’uomo. Una morìa senza precedenti, che ha costretto il gigante asiatico a importare dall’estero quantità di carne senza precedenti.

Risultato: da gennaio, in tutta Europa, i prezzi hanno cominciato a impennarsi, e a marzo gli incrementi si sono fatti sentire anche in Italia. I suini da macello, per esempio, sono passati dagli 1,27 euro al chilo di gennaio agli 1,79 di fine novembre, con uno scatto verso l’alto del 40%. Il costo della materia prima rappresenta dal 50 al 75% del costo totale di produzione, e l’incremento dei costi non è facilmente trasferibile sul prezzo finale: si teme che aumenti eccessivi sui banchi della salumeria facciano crollare i consumi.

La preoccupazione del settore è stata rimarcata da Assica, l’associazione che riunisce gli industriali delle carni e dei salumi, in un convegno nel quale ha chiamato a raccolta i protagonisti della filiera. «Se le condizioni di mercato non miglioreranno nei prossimi mesi – ha detto in quell’occasione il presidente Nicola Levoni – consentendo un adeguato riconoscimento del prezzo finale del prodotto, già a partire da marzo almeno il 30% delle nostre imprese si troveranno in una situazione di difficoltà economica e finanziaria».

Il tema è caldo per Mantova: nella nostra provincia, nel 2018, sono stati macellati più di due milioni di capi (dati Ats Val Padana elaborati dalla Camera di commercio), pari a circa il 19,6% del totale nazionale, per un valore di 790mila euro. E sono un milione e 190mila i capi allevati qui. Oltre a questo, la categoria “Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne”, di cui insaccati e salumi fanno parte, è la seconda voce di export agroalimentare dopo il lattiero-caseario.

Diversa la lettura degli allevatori. Per Stefano Salvarani, presidente della sezione regionale suinicoltori di Confagricoltura, il problema vero degli industriali è la tracciabilità: «Fa paura dire che manca la carne italiana, ma se manca, la responsabilità è anche loro. Per anni gli allevatori hanno sofferto e molte aziende hanno chiuso. Da sempre l’Italia acquista carne all’estero, ora però l’origine va dichiarata in etichetta e questo scenario fa paura. Li capisco, ma quando noi eravamo in sofferenza loro continuavano comunque a importare dall’estero».

Il prezzo dei suini «è tornato alla normalità» per Claudio Veronesi, membro della Cun (Commissione unica nazionale) in quota Coldiretti: «In questo momento, se consideriamo l’intera annata, forse stiamo andando in pari. Non è colpa di nessuno se l’Asia cerca carne: vige la regola della domanda e dell’offerta. I macelli devono riuscire a trasferire l’aumento sull’industria di lavorazione, e anche la grande distribuzione deve adattarsi a questo nuovo stato delle cose». Una soluzione per tutti? «Forse per la prima volta si può dialogare. Costruiamo una filiera dall’allevamento alla distribuzione finale. Ma prima tracciamo le carni».

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