Pazienti soli e indigenti: all'ospedale di Mantova duemila in 6 mesi

Al momento di lasciare il reparto viene attivato il Nucleo dimissioni difficili In base a un punteggio l’invio alle Rsa o a casa con l’assistenza domiciliare

MANTOVA. Alcuni hanno problemi fisici e non possono tornare al loro domicilio, altri hanno difficoltà di natura sociale o economica. Soli o con i famigliari lontani che non possono accudirli e bassa disponibilità economica per permettersi una badante.

E sono tanti. Nei primi sei mesi del 2019 hanno raggiunto la cifra di duemila persone, per metà definiti sanitari e per l’altra metà sociali.


È l’esercito con cui tutti i giorni deve fare i conti il Nucleo dimissioni difficili, servizio di assistenza nato nel 2016 al Carlo Poma ed emanazione della direzione sanitaria, che deve valutare tutti quei pazienti che dopo aver concluso il percorso diagnostico e terapeutico in ospedale per vari motivi (fisici, sociali ed economici) non possono rientrare nella loro abitazioni.

Il nucleo è costituto da due infermieri e due assistenti sociali incaricati di redigere una scheda personale sul paziente già al momento del suo ingresso in ospedale. Al termine delle prestazioni erogate dalla struttura sanitaria e nel momento in cui scattano le dimissioni ad ogni paziente viene assegnato un punteggio in base al bisogno di assistenza e alla gravità della patologia.

E in caso di punteggio elevato il nucleo, dopo aver parlato con il paziente e nel caso esistano anche con i famigliari, decide se l’emergenza è di natura sanitaria, sociale o economica o se i tre aspetti si intrecciano. A quel punto vengono pianificate le dimissioni con un piano di assistenza extraospedaliera.

Nei primi sei mesi del 2019 i pazienti prettamente sanitari, con problemi di natura fisica, sono stati 1.013: 590 sono stati inviati in Rsa, strutture riabilitative, Cure palliative domiciliari e Hospice, il restante al domicilio con o senza assistenza dell’Adi, il servizio domiciliare che fa capo al Dipartimento delle Fragilità diretto dalla dottoressa Angela Bellani. L’identikit dei pazienti presi in carico svela che il 28% proviene dal reparto di Ortopedia, il 23,4% dalle Medicine e il 9% dalla Chirurgia generale.

Altri mille pazienti dimessi sono invece considerati prettamente sociali, o perché non hanno nessuno o per ridotte capacità economiche. E in questo caso entrano in gioco anche i Comuni con i rispettivi servizi di assistenza sociale.

Il dipartimento delle Fragilità dell’Asst è molto complesso perché comprende il servizio Adi – e quella di Mantova è ancora una delle poche Asst rimaste con personale dipendente proprio – l’Hospice e le Cure Palliative, ma prende in carico anche i pazienti sub-acuti, i disabili gravi e gravissimi e in generale tutti soggetti in condizioni di cronicità e fragilità.

Attualmente sono 1.600 i pazienti seguiti dal servizio di assistenza domiciliare Adi, più altri 10mila in carico per prestazioni estemporanee affidate alla rete. «In pratica – sottolinea il direttore generale dell’Asst di Mantova, Raffaello Stradoni – siamo di fronte ad un altro ospedale al di fuori delle mura delle nostre strutture per acuti». Un altro aspetto rilevante è quello dei posti letto occupati da questi pazienti, a volte costretti a restare in ospedale oltre il dovuto perché le strutture territoriali deputate alla loro accoglienza hanno ridotte capacità ricettive. Ed è successo anche di recente con una ventina di soggetti rimasti al Poma oltre la data delle dimissioni. Ma non è tutto. «Il nostro dipartimento – spiega la dottoressa Bellani – è incaricato di gestire anche i pazienti cronici inseriti nel nuovo percorso varato dalla Regione attraverso i patti di cura con i medici di medicina generale. Un notevole carico di lavoro che ci vede a contatto con circa 900 pazienti. Il loro percorso di cronici è finalmente definito in stretta collaborazione con il proprio medico e questo ci permette di ridurre gli accessi impropri nei pronto soccorso».


 

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