Arrestato a Suzzara il cugino del boss

Francesco Ribecco era qui da 10 anni e faceva il manovale. L’accusa: ruolo pesante nei traffici della cosca in Umbria

SUZZARA. Viveva a Suzzara da dieci anni con la famiglia, con un profilo basso basso basso. Cazzuola, martello e pennello in mano, faceva il manovale e l’imbianchino in proprio con un imperativo categorico: non farsi notare, in perfetto ndrangheta style. E ci era riuscito. Poche amicizie, più che altro conoscenze: perché i rapporti veri erano “gggiù”.

In Calabria, e a Perugia, diventata la centrale operativa delle cosche Trapasso e Mannolo di San Leonardo di Cutro, partite all’assalto dell’economia umbra. Francesco Ribecco, 56 anni, cutrese, cugino del boss Antonio di cui è considerato un attivo collaboratore, è stato arrestato all’alba di ieri, sorpreso nel sonno nella sua casa di Suzzara dalla Squadra Mobile di Mantova su ordine del Gip di Catanzaro, in base alle indagini delle procure distrettuali di Catanzaro e Reggio Calabria, dirette dai procuratori Nicola Gratteri e Giovanni Bombardieri. Da ieri mattina si trova in carcere.

L’operazione della Dda di Catanzaro, denominata Infection, condotta dal Servizio centrale operativo e dalle squadre mobili, ha determinato l’emissione di 23 misure cautelari (20 in carcere e 3 ai domiciliari) nei confronti di soggetti, ritenuti responsabili di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e occultamento di armi clandestine, minacce, violenza privata, associazione a delinquere finalizzata alla consumazione di una serie di reati di natura contabile o economico-finanziaria strumentali alla realizzazione sistematica di frodi in danno del sistema bancario.

Nello specifico, l´indagine, approfondendo quanto emerso già nell’operazione “Malapianta” dello scorso maggio, ha smascherato l’operatività delle cosche di ‘ndrangheta Mannolo, Zoffreo e Trapasso in Umbria, dove, attraverso stabili collegamenti con la casa madre a Cutro avevano impiantato un lucroso traffico di stupefacenti, anche con la complicità di criminali albanesi.

Seguendo un copione ormai consolidato, attraverso le loro attività estorsive, avevano azzerato la libera concorrenza nel settore edile, e avevano appoggiato i loro candidati alle amministrative per condizionare le scelte politiche. Inoltre, il sodalizio criminale, al quale viene contestato anche la detenzione di armi, aveva inquinato il tessuto economico attraverso società, spesso intestate a teste di legno o perfino a persone inesistenti, in grado di offrire prodotti illeciti, soprattutto false fatture, a favore di imprenditori compiacenti: un business, questo, che ha visto il coinvolgimento anche di criminali vicini alla ’‘ndrangheta vibonese. Una joint venture che ha consentito alle cosche di ottenere ingenti guadagni attraverso sofisticate truffe a danno di diversi istituti di credito e complesse operazioni di riciclaggio del denaro sporco. Oltre agli arresti, sono state sequestrate numerose società con sede in Umbria, Lazio e Lombardia attraverso le quali l’organizzazione criminale realizzava i reati economico finanziari. —




 

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